Feminist your tales – Giulia maledetta

Feminist your tales – Giulia maledetta

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Tempo di lettura: 6 minuti

Happy Birthday Anna!
Per festeggiare il compleanno della nostra Anna Pravadelli, autrice per L’Iguana della raccolta Gazzelle, oggi in Feminist your tales pubblichiamo uno dei suoi racconti,
Giulia maledetta. Il 30 settembre, infatti, è anche il compleanno della protagonista, che…
Niente spoiler!

L’autrice, Anna Pravadelli, si racconta così:

Anna ha due gatti e una vera passione per il suo lavoro, i libri, le serie tv e la scrittura. Ha sempre sognato di vivere in città, invece abita in campagna: ma le piace, perché può ricordare a se stessa e a tutti che ha accettato qualche compromesso. Crede fermamente che la realtà sia di gran lungo più avvincente della fantasia.

Tales Giulia maledetta

Giulia maledetta

Odio il giorno del mio compleanno più di ogni altra cosa al mondo. Questo avrebbe dovuto dire, perché tutto era nato da lì, da quel sempre piovoso trenta di ottobre, dal suo ripetersi ogni anno nello stesso identico modo: carico di nuvole che, quando non gettano pioggia, minacciano tempesta per tutto il giorno.

Aveva quattordici anni e a quell’età anche solo parlare risultava complicato. Chiara, infatti, rimase zitta dopo che il preside le aveva domandato, conciso, Perché?

Sarebbe bastata una risposta plausibile, ma l’unica storia che aveva da raccontare cominciava il trenta di ottobre e finiva l’ultimo giorno di scuola. E, soprattutto, era tremendamente personale.

– Senta, ehm… – colpetto di tosse – lei si è forse invaghita della sua compagna di classe?

La voce del preside si era fatta carezzevole, perciò era questo il momento giusto per salvarsi. Ora o mai più. Chiara doveva solo rispondere sì e fingere un’attrazione omosessuale che in una visione politically correct della scuola l’avrebbe scagionata da ogni colpevolezza. Ma la verità è che c’era qualcosa, in quelle lettere, che le aveva fatto vibrare le corde in maniera stonata e lei, che alla sua età di domande non voleva porsene, di punto in bianco si era messa addosso una paura matta.

Rispose con disgustata sincerità:– Ma l’ha visto quanto è sfigata Giulia?

Giulia era effettivamente sfigata. L’aveva notato il primo giorno di scuola, quando quella ragazza dai capelli sfilacciati aveva occupato il banco accanto al suo. Era talmente sottile che le ossa le perforavano la pelle e quei due occhi marroni sembravano volerle schizzar fuori dalla faccia. Ma la cosa peggiore erano i suoi vestiti, golfini rigorosamente cuciti dalla nonna e scarpe taroccate.

Non l’avrebbe degnata di uno sguardo una del genere, ma il primo giorno di scuola per Chiara era cominciato con un paio di sani propositi: sarebbe stata promossa e avrebbe fatto amicizia. Per questo aveva ignorato l’indubbia sciatteria di Giulia e si era impegnata a diventarle amica.

Chiara aveva avuto l’impressione che quel susseguirsi farfugliato di parole che si erano scambiate i primi giorni di scuola fosse il promettente esordio di un’amicizia, perciò quella volta che le era parso di sentire Giulia sghignazzare forte, mentre lei leggeva a voce alta, in classe, aveva ingoiato un rigurgito di rabbia e di imbarazzo.

– Ma cosa le ha fatto Giulia? – chiese il preside.

E Chiara si limitò a dire: – Rideva di me.

Davvero, sembrava non vedesse l’ora che un professore invitasse Chiara a leggere, perché le parole, per lei, erano una specie di catastrofe. Il caos si materializzava in quelle righe di inchiostro nero facendola procedere a passi piccoli piccoli e lenti, tanto lenti da scatenare l’ilarità della compagna di banco. Giulia rideva senza ritegno anche quando le sbirciava il quaderno e vedeva tutte quelle lettere che sembravano messe a casaccio senza formare mai una parola vera.

Ma Chiara sentiva un terribile bisogno di avere almeno un’amica e si illudeva che quelle risate fossero segno di confidenza: allora le passava il quaderno perché potesse vederlo meglio e ridere di gusto.

Puntuale come una condanna a morte era arrivato, anche quell’anno, il trenta ottobre e le era sembrato ovvio e gentile consegnare un biglietto a Giulia con l’invito alla sua festa di compleanno.

Maledetto trenta ottobre.

Mai una volta c’era stato il sole, in quattordici anni. Niente, sinistri nuvoloni autunnali avevano sempre rovinato ogni tentativo di fare festa. Così se la raccontava Chiara, perché, invece, la realtà era ben diversa. Ci fosse stato mai uno straccio di amico disposto a partecipare! e lei, con il naso alla finestra, passava la giornata a maledire il tempo che aveva chiuso in casa tutti i bambini, per poi concludere la serata a tagliare la torta con i quattro gatti della sua famiglia.

Ma era la prima superiore, quella. Sarebbe andato tutto bene.

Invece no. Ecco cosa le aveva fatto Giulia: aveva riso del biglietto, della parola compleanno sbagliata e dell’assurda idea che una come Chiara la invitasse a casa. E, soprattutto, che una come lei avrebbe accettato la proposta.

Il preside la guardava sbigottito, confuso da quel lungo silenzio. Arroganza? timidezza? noia, forse?

Era una faccenda troppo complicata, e Chiara non ne ricordava più con precisione i dettagli. Il dolore, embeh quello sì, lo ricordava, e la tristezza che le aveva gonfiato il cuore come una zampogna proprio il giorno del suo compleanno. Si era sentita maledettamente stufa di essere sé stessa, di non scovare un posticino fuori dalla sua stanza dove trovare riparo, al punto che aveva preso seriamente in considerazione di farla finita lì. Eppure, quando si era trovata con la carta sottomano per scrivere una lettera di addio, un nuovo progetto strampalato aveva fatto capolino tra le riflessioni più amare. E Chiara lo aveva trovato geniale.

– La sua ex-compagna di classe dice di aver ricevuto almeno cinquanta lettere. Le ha scritte tutte lei? – il preside fece scorrere un cassetto. Mio Dio, pensò Chiara all’idea che le avesse lette.

– Perché? – domandò ancora l’uomo, con l’intento di trovare una giustificazione a tutte le lacrime che Giulia aveva pianto nel suo studio qualche giorno prima, accompagnata dalla madre.

Perché sapeva che Giulia, più di ogni altra cosa, desiderava essere considerata. L’aveva annusata con attenzione, da vicino, e aveva percepito il suo stesso odore, quello che ti porti addosso dal primo giorno delle elementari. Per una qualche strana logica, loro due erano simili, destinate a non piacere, a non avere nessuno che scalpitasse per sedersi vicino in pullman durante le gite scolastiche, nessuno che si accapigliasse per giocare nella stessa squadra a palla prigioniera, nessuno che volesse andare alle loro feste di compleanno. Chiara l’aveva capito che era come lei, brutta nell’età in cui essere brutte fa la differenza, e Giulia era stata alquanto presuntuosa a metterla da parte. Anche Giulia, come lei, non voleva altro che un ragazzo, una storia da sognare quando la sera, a quattordici anni, ti infili sotto le coperte tra quattro muri scrostati dai poster.

Erano nate da queste riflessioni le lettere che il preside stava sfogliando. Un dispetto, nulla di più. Chiara le infilava nello zaino della compagna di classe quando lei era distratta, e poi si godeva la scena di Giulia che scartava con mani fameliche quelle parole d’amore battute la sera prima al computer di casa, complice il correttore automatico.

Erano lettere di una puerilità ridicola, sature di smancerie, e Giulia rimaneva per ore a guardarsi intorno senza sapere a chi doveva indirizzare quel marasma di emozioni che si faceva largo dentro di lei.

Amore mio, se anche tu mi ami rispondi. Lascia il tuo messaggio nella fessura del muro a destra dell’entrata. Giulia da quel giorno aveva iniziato a scrivere con ingenuità e frivolezza, senza accorgersi che era Chiara a recuperare i suoi biglietti.

Era stato un vortice strano quello che, giorno dopo giorno, riga dopo riga, le aveva travolte per tutta la durata dell’anno scolastico, una tempesta che le lasciava una stordita dalla paura di essere scoperta, l’altra frastornata dall’amore. Le giornate di Giulia erano scandite dal succedersi delle campanelle nell’attesa di una risposta, quelle di Chiara diventavano sempre più consistenti, dense di crudeltà. Una crudeltà che avrebbe dovuto rassicurarla, e invece la spaventava a morte. Ma, soprattutto, la spaventava essersi tanto immedesimata in quella storia d’amore fittizia da desiderare intensamente che i presupposti di quelle lettere fossero diversi.

– Giulia è sempre stata brava a scuola – il preside sembrava sconfortato – e le pagelle delle medie sono ottime, pertanto riteniamo siano state le sue lettere a causarle la bocciatura.

Chiara non avrebbe voluto, a dire il vero aveva tentato in tutti i modi di trattenersi, ma le sembrava che la sua faccia andasse rapidamente scomponendosi, si sforzava di mantenere un’espressione mesta, ma no, non funzionava. Fu a quel punto che le guance gonfie d’aria sbottarono in una risata fragorosa, una di quelle che fanno male allo stomaco, e non riuscì a smettere anche quando la voce del preside si alzò per intimarle il silenzio.

Non ci riusciva perché ricordava Giulia che la guardava atterrita, che proprio non capiva cosa ci facesse lei all’appuntamento con il suo spasimante segreto. E ancora meglio ricordava la disperazione che l’aveva presa dopo, quando si era resa conto che era tutta una bugia, che nessuno al mondo la trovava bella e nemmeno simpatica. E, ora che era stata bocciata, non poteva vantarsi neanche tanto dell’intelligenza.

Giulia maledetta.

di Anna Pravadelli

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