Feminist your tales – Stella cometa

Feminist your tales – Stella cometa

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Tempo di lettura: 4 minuti

La raccolta di racconti di Eleonora Tarabella è intitolata La voyeuse. La voyeuse è colei che guarda. Spenta la sigaretta, la voyeuse chiude la finestra, accende il computer, apre il taccuino, versa una tazza di caffè bollente o di tè speziato e comincia a scrivere. La voyeuse è figura di un’attitudine, di una prospettiva, di una posizione. Quella che inaugura la scrittura. Che sia di buon auspicio!

Se ti piace sbirciare le vite degli altri senza clemenza e sei una divoratrice di racconti, amerai La voyeuse: punti di vista sulla vita quotidiana delle donne, in linea con la riflessione del femminismo che ha restituito valore al sapere dell’esperienza.

Oggi, per la rubrica Feminist your tales, ti proponiamo uno dei testi della raccolta, Stella cometa. Il microcosmo di un condominio, una donna che si getta dalla finestra, una ragazzina che cerca a modo suo di venirne a capo.

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Stella cometa

Pedalavo nell’arcano paradiso di un grattacielo orribile: un minuscolo cortile interno che il nonno chiamava, esagerando, «il piazzale». Lì mi cimentavo in piroette sui pattini o in complicate gimcane ciclistiche. Finivo quasi sempre a terra. Eppure mi affannavo dietro alla certezza che, se avessi girato in un senso, sarebbe piovuto dal cielo un principe azzurro. Se, invece, avessi percorso il piazzale nel senso opposto – una prova davvero olimpionica – avrei debellato la morte di mia madre. Almeno per quel giorno.

Gli occhi del nonno-portiere custodivano i miei giochi dalla guardiola. Una tettoia, il suo sguardo, sotto cui mi sapevo a casa. Poteva arrivare Al Capone, l’ubriacone che ci faceva ridere quando cantava A me mi piace stare nella merda, o Jolanda la Barbona, che si portava dietro una bottiglia d’alcool etilico e lo spruzzava ovunque andasse. Nessuno mi faceva paura e non c’era modo di annoiarsi neanche quando i bambini non mi chiamavano dalle finestre per dirmi che sarebbero scesi. 

Poi la signora Funaro si gettò dall’ottavo piano. Piombò in mezzo al piazzale vuoto: una fisarmonica accartocciata che non suonò più. La gente che venne a godersi lo spettacolo commentò che era «ebrea» e «depressa». Per me quelle parole avevano lo stesso significato dei problemi di matematica dove la gente perdeva le mele appena comprate al mercato e bisognava pensare alla sottrazione invece di dispiacersi per la frutta rotolata sotto alla bancarella. Nonno però provò a spiegarmi chi era quella signora volata dall’ottavo piano senza principe azzurro. Mi si chiarì tutto: una «depressa» poteva diventare piccina come una fisarmonica e un’«ebrea», al sabato, rimaneva al buio e doveva salire tutte le scale a piedi perché lo diceva la bibbia.

A ogni modo, fra gli umani che popolavano il grattacielo, Martina era la mia stella cometa. L’avrei messa in cima all’albero di Natale o me la sarei tenuta sotto il cuscino perché, anche se aveva sei anni e mezzo come me, non era come me. Lei non aveva bisogno di prove olimpioniche nel piazzale per non far morire sua madre. Inoltre ebbe un coraggio gigantesco quando rimase chiusa da sola in un ascensore che si era bloccato senza versare una lacrima. Schiacciò l’allarme e il nonno – l’eroe che salvava la gente dagli ascensori guasti – la tirò fuori. Martina diventò la mia migliore amica. Mi stupivo che la stella cometa pendesse dalle mie labbra e mi seguisse in ogni avventura ma forse il motivo era la mia parentela con l’eroe degli ascensori o, magari, mi ammirava per aver inventato il gioco delle «belle addormentate».

Si trattava di far finta di essere sorde, mute e cieche e si doveva stare a sedere ferme ferme, come morte. Poi sarebbe arrivato il principe azzurro e ci avrebbe svegliate con un bacio. Non importava sapere chi di noi avrebbe scelto. Contava la prova di resistenza. Certo, Martina risultava avvantaggiata grazie a un apparecchio di metallo che la faceva stare impettita e le teneva immobili schiena e collo. Scoprii che su di sé aveva una città americana o, meglio, che quell’apparecchio si chiamava Milwaukee. La sua malattia, dal nome pure strano, non mi è restata mai in testa. Martina, Milwaukee o no, era la mia stella cometa dritta sull’albero di natale che non piangeva negli ascensori bloccati e giocava meglio di chiunque alle «belle addormentate».

Sedute sulla scalinata come sorde, mute e cieche, il piazzale si stendeva sotto di noi in una pianura incantata, sorvegliata dall’eroe della guardiola e in attesa del principe azzurro. Sarebbe arrivato dal cielo un giorno o l’altro. Avrebbe sfidato a duello Al Capone, avrebbe preso al volo la signora Funaro prima che si trasformasse in fisarmonica e avrebbe reso contenta Jolanda la Barbona, regalandole un’intera cassa di alcool etilico.

Ma, quand’anche avessi superato le prove di pattinaggio nel piazzale o fossi restata ferma ferma come la Bella Addormentata, se il principe non fosse mai arrivato non mi sarebbe dispiaciuto troppo. Stare seduta con la mia reginetta impettita e cercare di non ridere mentre dovevamo fare come fossimo sorde, mute e cieche, era come recuperare ogni singola mela caduta sotto alla bancarella. Non c’erano né più da aggiungere né meno da sottrarre. Solo bellezza. E ridevo per prima, mio malgrado, perché Martina, mi sedeva accanto.

Un giorno non scese a giocare. Non era rimasta chiusa in ascensore né il principe piovuto dal cielo l’aveva portata via con sé. Nonno mi disse che le avevano tolto il Milwaukee, l’avevano operata ma poi si era aggravata la malattia dal nome difficile. 

Non verrà più nel piazzale, non verrà più. Così disse nonno. Allora pattinerò e pedalerò tantissimo. Se funziona con la mia mamma, magari Martina giocherà di nuovo alle «belle addormentate» e non diventerà mai una fisarmonica.

Attraverso il piazzale che è diventato piccolo. Non capisco come un tempo avessi potuto pattinare in quel fazzolettino di piastrelle. Al posto del nonno, nella guardiola del grattacielo, adesso siede un ragazzo coi capelli rasta. È simpatico. Canticchia con le cuffie alle orecchie ignaro dei portieri precedenti, di Jolanda la Barbona o di Al Capone. 

Mi siedo sulla scalinata. Il principe azzurro non si è fatto ancora vivo. Che resti pure nel suo cielo se non ha saputo acchiappare al volo la signora Funaro né, a tutt’oggi, impedisce agli inquilini di rimanere bloccati negli ascensori.

Immagino che Martina scenda a giocare. Si fa finta di essere sorde, mute e cieche? Sì, e il piazzale si spalanca in una pianura incantata. Questa volta sono riuscita a non ridere. Chissà se vinco una piccola stella cometa. 

di Eleonora Tarabella

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