Feminist your tales – Non urlare

Feminist your tales – Non urlare

La vicenda di Alice è la storia vera e terrificante di una donna che non sapeva stare alle regole del gioco. Che voleva sapere il perché di ogni cosa prima di obbedire come una cieca, e così ha inventato nuove regole, tutte sue.

«Sei una ribelle» le hanno detto prima di rinchiuderla, come è capitato a tante altre, in manicomio. Si trattava di una pratica diffusissima prima che il femminismo mostrasse al mondo intero che il patriarcato è solo una versione dei fatti e che molte altre sono possibili. Più creative, più feconde, più allettanti.

Quando da piccola Miriam Marino veniva mandata a fare la spesa, scriveva perfino sulla carta del pane, se le veniva in mente un’idea buona per una storia. Da allora ne ha scritte, e pubblicate, molte.

“L’oblio è una seconda morte che le anime grandi temono più della prima”

Stanislas de Bouffiers

1870 quasi primavera

In questo posto non si possono possedere penne, calamai e carta per scrivere. In realtà non si può possedere assolutamente nulla, ma io sono riuscita finora a nascondere un mozzicone di matita. È il simbolo della mia resistenza. Voglio che il mondo conosca la mia storia ed è questa determinazione a darmi la forza di aggrapparmi a un barlume di luce, di memoria. Non so esattamente in che stagione siamo perché qui non vediamo mai la luce del sole. Gli stanzoni bui e freddi, il pavimento di pietra con una scanalatura in mezzo per lo scolo dello sporco, le porte sempre chiuse, sono uguali in tutte le stagioni. Ma quando è inverno ce ne accorgiamo perché non c’è niente per riscaldare. Né un braciere, né una stufa, niente. E il gelo ci penetra nelle ossa, ci rattrappisce i muscoli, ci immobilizza. Allora, sappiamo che è inverno. Per non perdere la nozione del tempo ho cominciato a contare. Conto fino a sessanta e so che è passato un minuto, poi conto per 60 volte 60 e so che è passata un’ora. Non ho niente da fare perciò posso contare all’infinito i minuti, le ore, i giorni, i mesi e così cerco di capire fuori di qui qual è la stagione. Credo che adesso sia, più o meno, primavera.

Quando ero piccola mia madre mi rimproverava perché volevo discutere tutto. Volevo sapere il perché di ogni cosa prima di obbedire come una cieca. «Sei una ribelle» mi rimproverava mio padre quando chiedevo perché le donne non potevano fare tutti i mestieri come gli uomini, o quando mi rifiutavo di lavare i piatti, visto che mio fratello non li lavava mai. La loro risposta al perché a mio fratello erano permesse cose che a me erano proibite era puntualmente la stessa: «Perché sei una ragazza». Come se appartenere al genere femminile fosse una colpa da scontare con proibizioni, restrizioni e mutilazione della mia libertà. Mentre crescevo la mia rabbia cresceva con me. E, più mi ribellavo più l’ostilità della mia famiglia si faceva pesante e mi circondava di un muro di incomunicabilità e risentimento. Avevano sperato che, crescendo, mi sarei ammorbidita, sarei diventata più docile e avrei dedicato la mia attenzione ai vestiti, al mio aspetto, al ricamo.

Odiavo tutto ciò che era considerato un lavoro femminile: quando mi regalarono un telaio per il ricamo lo gettai nel fuoco del camino, bruciava che era una bellezza! Mia madre si arrabbiò, mio padre mi picchiò e mio fratello disse che ero un’anarchica. Non capivo cosa c’entrasse la mia realtà biologica con le cose che mi venivano imposte, perché mai avrebbero dovuto piacermi cose che la mia famiglia e la società ritenevano adatte a me? Sapevo solo io quanto sarebbe stato adatto a me. «Devi imparare a rispettare le regole» mi dicevano, io rispettavo solo le mie regole, quelle che ritenevo giuste e che partivano da me.

Ma la goccia che fece traboccare il vaso fu l’episodio delle poesie.

La rabbia che avevo accumulato, ormai, non era più contenibile e trovò lo sfogo nelle poesie con cui riempivo fogli e fogli e dove esprimevo tutta la mia protesta. Se mi fossi limitata a questo forse l’avrei passata liscia, ma a un certo punto mi sembrò una sorta di masturbazione mentale. A che serviva imprimere su quei fogli la rabbia che mi bruciava e il sangue che mi ribolliva se non li leggeva nessuno? Così uscii per strada e cominciai a distribuire poesie a tutti come se fossero volantini.

Credo fu quello il punto di rottura, il momento in cui la mia famiglia decise definitivamente di liberarsi di me.

«Che cos’è questa roba?» mio padre era entrato in casa urlando mentre sventolava uno dei foglietti che avevo distribuito. Glielo aveva consegnato un suo amico, un signore «per bene» consigliandogli di «mettere in riga sua figlia». Seguirono scenate, urla e botte a cui reagii con vigore sbattendo per aria tutto ciò che mi capitava a tiro, urlando a mia volta, graffiando chi cercava di mettermi a tacere. Decisero che ero in preda a una crisi isterica e chiamarono il dottore. Era più facile e più comodo definirmi malata che accettare che avessi una personalità autonoma e che le mie leggi non erano le loro. In quel momento capii che chi non accetta le regole del giogo viene espulso e rinchiuso per allontanare e rinchiudere le loro paure, per mantenere un putrido status quo.

Così, innocente, senza aver commesso reato alcuno, senza essermi macchiata di nessuna colpa, solo perché avevo avuto la pretesa di essere me stessa fui avviata all’annientamento.

Arrivai in questo «non luogo» che chiamano manicomio in una sera fosca e umida, dove il buio avvolgeva la città come una maledizione. Mi fu tolto tutto, perfino i vestiti perché da quel momento non avrei posseduto più nulla, neppure me stessa.

Quando fui rivestita con un brutto grembiule grigio che mi accomunava alle altre, una donna emaciata e sdentata mi afferrò per la manica: «Non urlare, non protestare perché sarai torturata, non piangere, non ridere, non parlare non dire niente perché non sarai creduta» mi sussurrò alitandomi sul viso.

Una sorvegliante mi prese per un braccio e mi trascinò come un oggetto per il corridoio. Mi divincolai. In un attimo, braccia robuste mi afferrarono, mi spogliarono, mi legarono come un salame e, mentre battevo i denti dal freddo, mi spinsero sotto un getto d’acqua ghiacciata. L’acqua gelida mi colpiva e pungeva come spilli la mia pelle cianotica: dolore e paura alla fine mi vinsero e persi conoscenza.

1870 quasi estate

Secondo i calcoli fatti da questo «sottomondo» dovrebbe essere quasi estate. È venuta a trovarmi mia madre. L’ho scongiurata, pregata di portarmi via, di farmi uscire. Ho raccontato quello che mi facevano, le ho detto del compressore ovarico, un marchingegno di tortura con cui hanno compresso la mia zona ovarica. Le ho detto della sedia girevole, dove mi hanno legata e fatta girare vorticosamente fino a che ho iniziato a vomitare e poi sono svenuta. Le ho detto dei sette giorni e notti consecutivi che mi hanno fatto passare immersa in una vasca d’acqua fredda o, a volte, nell’acqua bollente che mi ha anche provocato ustioni. Le ho detto del pediluvio con aggiunta di acido muriatico e della soda caustica che mi hanno strofinato sulle cosce. Mia madre mi guardava e sorrideva come se davanti a lei non ci fosse nessuno. Il suo sguardo era senza espressione, come se io fossi trasparente e le mie parole senza suono. Che importanza si dà alle parole dei matti? Non fanno parte di un linguaggio organizzato e coerente, non hanno senso, non hanno importanza. Ho sentito che in altri non luoghi come questo legano i degenti agli alberi del parco.

Magari mi legassero a un albero, potrei guardare il cielo, respirare l’aria pulita e non il putrescente olezzo infernale che esalano i gabinetti e che aleggia ovunque.

A volte, il silenzio è rotto da un urlo agghiacciante, a volte è simile al nulla. Quante di queste morte viventi che si trascinano lentamente o che stazionano intere giornate, giornate uguali l’una all’altra come fotocopie, su una sedia, sorvegliate dalla custode che ha alla cintola una frusta e un corno per chiamare rinforzi, quante di queste erano realmente pazze quando sono state scaraventate in questo luogo di morte e tortura? Non importa, alla fine la ragione ha comunque ceduto.

1870 quasi autunno

Ora tengo sempre gli occhi bassi, non guardo mai i custodi negli occhi, questo può costare caro. Fingo di essere un docile involucro svuotato per evitare le torture. È così che vogliono. Ogni iniziativa, ogni mostra di un barlume di intelligenza li fa infuriare e i dottori ritengono che i loro trattamenti hanno sortito l’effetto desiderato quando ogni briciola di personalità è stata risucchiata dal manicomio e resta solo un guscio vuoto. Non siamo più neppure umani, l’umanità si è arrestata alla porta del manicomio.

Che cosa siamo? Fantasmi senza memoria, come le ombre dei morti nell’Ade ci aggiriamo nel nostro inferno.

Ma certi di evitare i trattamenti non lo siamo mai e viviamo una vita precaria nel terrore, in questo sottosuolo. Possono capitare trattamenti a sorpresa, senza che te l’aspetti minimamente vieni legata a una sedia e bendata, come se volessero fucilarti, poi si apre un pozzo di due metri e vi precipiti dentro, affondi e l’acqua riempie i polmoni. Sei assolutamente impotente e solo un attimo prima di annegare ti tirano fuori, ma qualche volta non fanno a tempo, qui i decessi sono continui. Nessuno ne chiederà conto, nessuno protesterà per una matta, una «non persona».

L’ultima volta che ho guardato un sorvegliante mi hanno applicato un ferro rovente alla nuca, ne conservo ancora le ustioni e la testa mi fa male con un dolore sordo e continuo. Le sorprese non finiscono mai, in questo luogo di pena, e sono tutte terrificanti.

Ho visto camminare un animale strano nella stanza della sorveglianza: era una donna rinchiusa in una cesta di vimini da cui fuoriuscivano i piedi come due zampe storte che muoveva goffamente e faticosamente a piccoli passi strascicati. Questo è il reparto delle isteriche e per loro non basta una prigione, una seconda prigione devono portarla direttamente addosso, una prigione dentro un’altra prigione.

Ma può capitare di peggio e mi sono trovata rinchiusa in un armadio così stretto da impedirmi ogni movimento e solo la testa ne usciva così potevo vedere che accanto a me c’erano altre isteriche, sventurate compagne nella stessa condizione.

1870 quasi inverno

Dormicchiavo sul mio pagliericcio, rattrappita dal freddo, quando il sorvegliante mi ha messo le mani addosso. È stato facile perché a noi non è concesso portare biancheria intima e l’unico indumento è il camicione grigio. Quando ho sentito le sue mani sotto il vestito mi sono ribellata e divincolata, ho urlato e questo ha fatto accorrere un secondo sorvegliante. Mi sono salvata dallo stupro ma non dalle punture di veratrina, una sostanza tossica che provoca atroci dolori. Poi mi hanno appesa con una corda al soffitto. Quando mi hanno tirata giù mi hanno messo a dieta, mi hanno lasciata senza mangiare per un periodo che mi è parso un’eternità. Non avevo più la forza di alzarmi dal pagliericcio e mi sentivo senza peso. È arrivato il dottore e ha detto che, benissimo! finalmente mi ero calmata. Credevo di morire, mi stavo disgregando. Mentre scivolavo lentamente verso il nulla sentivo con immensa angoscia che il terrore che avevo dentro aveva perso il confine con il terrore che c’era fuori, ero pronta per l’annientamento. Allora mi sono aggrappata con tutta me stessa alla soglia della realtà. Ho cominciato a pensare: «Io sono Alice, ho venti anni, mi piace leggere, sto scrivendo la mia storia». Allora, i ricordi hanno sfondato la porta del nulla e si sono precipitati fuori a fiotti, la memoria è tornata dall’esilio, ero di nuovo me stessa.

Io non mi arrendo, non mi arrenderò mai e da questa oscura fossa lancio, come una spada, il mio grido contro il cielo.

Quando il vecchio manicomio fu smantellato un muratore trovò in un buco del muro delle carte arrotolate, erano il diario di Alice. Il diario fu pubblicato sui giornali e destò una grande ondata di commozione e indignazione. Il secolo volgeva al termine e, presto, la moda di etichettare le donne ribelli come isteriche cadde in disuso.

One Reply to “Feminist your tales – Non urlare”

  1. La terribile storia di Alice è trattata con empatia e tatto, come dall’interno, e ci aiuta a ricordare che cosa voleva dire essere donne “diverse” dalle obbedienti servette che il sistema richiedeva, e ancorta richiede. Pensate a come oggi

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