Feminist your tales – Maria Zambrano e Antigone

Feminist your tales – Maria Zambrano e Antigone

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Tempo di lettura: 4 minuti

Secondo Maria Zambrano il sapere deve stare tenacemente piantato nella vita. E la vita «ha bisogno della parola che le faccia da specchio, la parola che la illumini, la parola che la potenzi, la innalzi e che allo stesso modo ne dichiari il fracasso». 

La filosofa spagnola scrive con il proposito di ricongiungere il pensiero alla concretezza. Meglio ancora, come preferirebbe lei, di trasferire la riflessione «dall’iperuranio delle idee», dove l’ha trascinata il filosofo in un delirio di onnipotenza, «alle viscere della terra». 

Finalmente la filosofia può scatenare l’invenzione linguistica.

E allora viscere e cuore, e poi ancora aurora o, proprio come direbbe Hannah Arendt, nascita. È il codice della vita nuda e cruda a entusiasmare tanto Maria Zambrano e a scandire le sue considerazioni appassionate, fatte di materia densa e buon ritmo. Fino al nervo robusto e vigoroso, ovvero la ragione poetica. La formula allude all’esigenza che la contemplazione, disincarnata e senza vincoli, scenda a patti con la creatività e impari un linguaggio fatto di poesia. Infatti Maria analizza temi squisitamente filosofici senza trascurare mai la bellezza dell’espressione letteraria. 

Per questo, raccomanda, bisogna attraversare ogni circostanza e guardare il mondo con ammirazione sbigottita, autentico stupore. E occorre disporsi a osservare le cose alla luce dell’aurora, sperimentando ogni volta il sentire originario, meravigliandosi senza la pretesa di ridurre tutto a un paradigma, a una dottrina filosofica, a una qualche astratta categoria. Ancora e sempre sul punto di nascere, direbbe Hannah Arendt, o sulla soglia, suggerirebbe Simone Weil. Tra conoscenza e passività, tra oscurità e luce, tra non ancora e non più. 

Come Antigone, protagonista della tragedia di Sofocle, che Maria intende riscattare in un commovente scritto del 1967, ambientato proprio dove Sofocle metteva a tacere la protagonista, nell’oscurità de La tomba di Antigone

E là, le ombre dei consanguinei, a turno, interrogano intorno al senso delle cose la giovane donna che pure ha infranto la legge, cioè il divieto umano di seppellire il fratello traditore della propria patria, per ubbidire al sacro dovere imposto dagli dei di dare sepoltura a tutti i familiari. 

Antigone, «come una larva nel suo bozzolo», non contaminata dalla tracotanza del logos, possiede quello stupore assoluto che, a dispetto della superba opinione del sapere maschile, è affidabile facoltà conoscitiva, indispensabile a cogliere la scintilla del sentire originario: la passività, antitesi perfetta della volontà, materia sanguigna e pensiero incarnato, corpo istintivo impastato della sostanza materna, comprensione estatica quanto intelligente. 

Ordine delle viscere, logos della carne è la sapienza femminile. 

Antigone viene cacciata in una tomba. Ma nel buio, in quel sepolcro che per lei è come il ventre materno, si rovescia e si capovolge per venire alla luce. Antigone, incarnazione della sapienza e della sostanza femminile, si dispone a nascere. 

E nel frattempo, una generazione di donne sveglie, caparbie e con i piedi ben piantati per terra si prepara a rilanciare la lotta per la liberazione femminile.

Questo brano de La tomba di Antigone sarà come una boccata di aria fresca. Maria Zambrano è una filosofa delle viscere, le entrañas, perciò ha un piglio decisamente meno formale di Hannah Arendt, ma altrettanto efficace. Scrive per immagini, spesso legate al corpo. E ho precisato quanto il tema del corpo sia cruciale per le femministe, no? 

Di Maria Zambrano puoi leggere tutto, naturalmente, ma se vuoi cogliere l’essenziale in poco tempo cerca All’ombra del dio sconosciuto di Elena Laurenzi, che ti fornisce le info giuste e una sezione antologica varia e completa. 

Ma c’è forse qualche madre del tutto pura, qualche donna del tutto pura che sia Madre? Tu sai che non c’è. È il sogno del figlio, questa purezza della Madre. E il figlio, a forza di amare il suo oscuro mistero, la lava. E lei, che della terra è e alla terra assomiglia, con terra si va purificando. E la Terra è nera e dentro di sé, nelle sue viscere, ha luce. Ha viscere di luce, la Terra. E allora, per nera che sia la macchia caduta su di lei, per caduta che sia lei stessa, nel momento in cui non può sprofondare più in basso, come te, che hai toccato il fondo della nerezza e della pesantezza, allora la Madre di vita, della nostra vita, si fende e si lascia vedere e dà, dà qualcosa alla luce. Non è come dicevo prima, la Madre non ha viscere di luce, anche se in qualche modo un giorno qualcuna dovrà averla. Finora sono state tutte scure dentro anche loro, come te. Però danno qualcosa, qualcosa di vivo, alla luce. Danno vita alla luce. Ecco. E questo tu, madre nostra, lo hai fatto. 

Va’ pure tranquilla, ora. Sprofonda nella terra, visto che te l’hanno data, va’ incontro alle Madri che ti aspettano, che ti accoglieranno, che laveranno la tua macchia e la tua disgrazia nell’immensità del loro Manto.

Loro, le Madri, ti riceveranno.

E lei, la Madre-forza, la Madre degli Dei, ti aprirà il suo firmamento, quel suo abisso. E il Mare e gli Inferni della maternità non avranno segreti per te, perché in essi tu troverai finalmente svelato il tuo segreto, la ragione senza nome della Vita.

[…] Va’, Madre, nel tuo Regno, creatura, figlia anche tu. Ora che, sapendo tutto, ti ho chiamato non solo Madre ma anche figlia.

Se, una volta saputo tutto anche tu, ci avessi chiamati figli, figli miei, la viscida fune della morte non ti si sarebbe attorcigliata intorno al collo. Perché non sei stata tu, tu non sei stata; è stata lei, quella serpe, ad avvitartisi addosso. Adesso non ti sta più accanto. Per liberarti del tutto, dovrai andartene e non tornare più in queste terre di dolore ormai sterili per te, per tutti noi; terre di sale.

Va’, Madre, figlia anche tu, anche tu nata dalla Madre immensa, nera come te.

Ahi, Madre, immensa ombra…

Ahi, Luce, signora nostra. Sarai tu, un giorno, nostra Madre?

Io sono qui che, sola tra la Vita e la Morte, mi prostro dinanzi a tutte e due, dinanzi a te, Ombra, e dinanzi a te, Luce.

Quando, ditemi, dimmi tu, Luce, quando, di due che siete, sarete una sola?

L’ombra di mia Madre è entrata dentro di me e io, vergine, ho provato il peso di essere madre. Mi toccherà andare di ombra in ombra, tutte percorrendole fino a giungere a te, Luce intera.

E ora, ora non so quello che mi attende.

Per conoscere meglio Maria Zambrano e altre icone del femminismo, consulta la nostra Guida galattica per le femministe in erba, Feminist you.

Se invece ti interessa la figura dell’Antigone, consulta Il complesso di Antigone di Cecilia Sjöholm.

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