Feminist your tales – La verità su Cappuccetto Rosso

Feminist your tales – La verità su Cappuccetto Rosso

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Tempo di lettura: 11 minuti

Se il lupo cattivo non fosse davvero cattivo? se lo scopo della favola fosse metterlo in cattiva luce? meglio ancora, servirlo su un piatto d’argento come capro espiatorio? se la raccontassero in questo modo, ancora, ancora, mille volte e sempre, solo per farci entrare in testa che non esiste un lupo buono?

Per fortuna Cappuccetto Rosso non sa nulla di questa storia. Per fortuna Cappuccetto Rosso ha buona memoria e tanta riconoscenza.

Grazie, @Chiara Castello,  per questa inedita e sorprendente versione della favola dei fratelli Grimm.

La verità su Cappuccetto Rosso

Una breve introduzione

In tutti questi anni non c’è mai stata una sola persona che abbia chiesto la mia versione dei fatti. La storia scritta da chi grida più forte ha un sapore completamente diverso. Troppo dolce, troppo speziato, troppo deciso.

Ti consegna una verità immediata, facile e comoda. Ti spinge davanti agli occhi il colpevole perfetto, quello che mette d’accordo tutti gli altri, perché è molto più facile sentirsi “noi”, se si ha un “loro” da combattere.

Io ormai sono solo un vecchio lupo e mi trovo dalla parte del “loro” da molto tempo. Come tutti gli anziani ho tanto da raccontare, ma la mia storia non è per tutti.

Ve la racconterò come la racconto sempre ai miei nipotini: inforcando gli occhiali, su soffici cuscini di aghi di pino e foglie secche. E se saprete ascoltare, allora questa storia sarà per voi.

Capitolo 1

Poppante

Quel giorno ero a casa mia come ogni altro giorno e me la ricordo bene, la bambina con la mantellina rossa. Piccola, vestita di rosso. Sì, insomma, facile da ricordare, no?

Non sembrava il massimo della brillantezza, mi sembrava un attimino persa. Un po’ tarda, ecco. Il bosco non è un posto sicuro, ci girano troppi esseri umani (soprattutto la domenica, pieno di umani con le borse stracolme di funghi, che schifezza). A casa mia passa un sacco di gente: castori, tassi, scoiattoli… ma nessuno è pericoloso come gli umani. Sparano, strappano, rompono, tagl-. Ehm, ok, non è questo il punto.

Stavo in effetti per dire che dopo averla vista andare a sbattere contro un tronco con un forte “eheh!” e poi mettersi a fissare le farfalle con quello sguardo un po’ ebete… avevo capito che aveva bisogno di me. Così mi sono presentato.

“Bambina? Ehi bambina!! Sono qui!… ma questa davvero la mandano nel bosco da sola?”

O per lo meno ci ho provato.

“Upo!”

“Dimmi la verità, sei scappata di casa. Non sei una bambina, sei un’infante. Una poppante. Ma ci stai almeno a quattro zampe?”

“Upo!” ripeté lei imperterrita.

“Non. Esattamente. Brillante. Ehi non tirarmi il pelo! Possibile che nessuno insegni l’educazione a voi umani? Non si tirano gli altri.”

“No tiro!” Mi fece un bel sorrisone, in fondo non così completamente rincitrullito. E poi aveva un certo entusiasmo dentro. Tipico dei cuccioli.

“Dove devi andare, scricciolo?”

“Danonna!” gridò con un sorriso a 32 denti. Facciamo cinque, vabbè.

“Ne dubito, credo che tu mi stia mentendo. Secondo me sei proprio scappata di casa.” Le dissi, fissandola come si fissa una criminale.

“Nonnanonna!”

Mi sembrava ormai palese che la bambina non si rendesse minimante conto dei pericoli che stava correndo in quel freddo, umido, temibile, bosco. In fondo avrà avuto quanto, uno? Due anni? Certo, se fosse stata mia figlia a quell’età sarebbe già stata in grado di intendere e volere, ma si sa che gli umani sono tard-

“Ehi! Ti sembra il caso di approfittarti di una mia distrazione per scappare?! Avevamo detto che ti dovevo portare a casa. Bah, certo che sei proprio senza speranza” le dissi mentre mi rideva letteralmente in faccia, di gusto.

“Upo!” Un altro sorrisone mi sciolse il cuore. Capii che saremmo diventati amici.

“Dubito che troverai tua nonna nel bosco, scricciolo. Sarà meglio che ti riporti a casa.”

Capitolo 2

Osso

Devo ammettere che la velocità di gattonata dell’infante non era per niente male. Sono piuttosto sicuro che fosse scappata strisciando nell’ombra. L’abilità di muoversi su due zampe, invece, era certamente da migliorare, almeno tra le radici e i sassi di casa mia. Per quello che sapevo sull’allevamento dei cuccioli, mi pareva che i genitori dovessero stare piuttosto attenti alla propria prole e mi chiedevo se quelli della nanetta lo fossero stati abbastanza.

Pensai che dovesse provenire dal villaggio a sud della foresta (quello a est era davvero troppo lontano anche per la sua modalità 4×4). Quindi decisi di riportarla lì, anche se sapevo che non sarebbe stato facile. C’era innanzitutto da considerare la volontà dell’esserino, che sembrava convinta di poter vedere sbucare la testa della nonna dietro ogni pietra e ogni ramo di albero. Poi avrei dovuto fare i calcoli con i pericoli del bosco, ovvero dirupi, ostacoli naturali vari e, soprattutto, gli umani adulti.

“Non sono ancora riuscito a presentarmi, cosetta. Mi chiamo Fulvio, sono un lupo. E tu, invece, chi sei?”

“Upo!”

“Avrei detto di essere io quello… ssé… come ti chiami dunque?”

“Capuceto Oso” disse tastando il terreno con la manina sinistra mentre il cappuccio le cadeva sulla faccia, coprendole la visuale. Fu solo così che collegai cosa intendesse e non cominciai a chiamarla Osso, che dal mio punto di vista sarebbe stato un nome molto più appetibile e raffinato.

Cappuccetto Rosso aveva senz’altro l’invidiabile qualità di procedere imperterrita qualsiasi cosa succedesse. Poco importa che non si fosse resa conto che le avevo invertito il senso di marcia. Lei andava avanti dritto. Più o meno.

Iniziammo così la nostra avventura verso il villaggio del sud. Il bosco era costeggiato a ovest da un fiume e, con la recente alluvione, una parte di terreno era franata. Non sarebbe stato un problema se il mio compagno di viaggio fosse stato un mio pari e non un’amante del rischio in versione tascabile, ma purtroppo il mio era il secondo caso.

“La potresti smettere di buttarti giù per il dirupo?! Insomma, cosa mi diranno i tuoi genitori se ti riporto a casa ammaccata??”

Invidiavo la sua serenità. Completamente incosciente.

Ma la verità è che noi lupi non siamo molto ben visti dal popolo degli umani, più o meno quanto loro non lo sono da noi: ero abbastanza sicuro che mi avrebbero dato la colpa se le fosse successo qualcosa. In ogni caso, Osso (oh, suvvia concedetemelo, è molto meglio del suo vero nome!) mi era simpatica e non potevo abbandonarla a se stessa. Un lupo è un animale leale.

E comunque ormai, per acchiapparla prima che finisse nel vuoto, avevo dovuto lasciare il segno di un paio di zanne sulla mantellina e sapevo che non l’avrebbero presa bene. Avrei dovuto lasciarla lontana e assicurarmi che strisciasse verso la casa giusta dall’ombra di un faggio.

Notai con piacere che Osso aveva la tendenza a imitarmi. Cercava di grattarsi muovendo la zampa nel vuoto quando mi grattavo, si fermava e annusava l’aria con me per orientarci. Pensai che in fondo i bambini imparano quello che viene loro insegnato e sperai che lei potesse diventare un adulto migliore di quelli che avevo conosciuto.

“Ferma! Quelli sono velenosi!” O almeno un adulto, ecco.

Capitolo 3

Cattivo

I bambini sono incredibili. Ridono, saltano, sono pieni di energie e poi all’improvviso si scaricano. Crollano come sassi. Avevamo bisogno di una pausa, nonostante le avessi tolto un succoso fungo rosso a macchie bianche da sotto i denti appena in tempo. Così ci fermammo.
O meglio, mi fermai, visto che lei si era già spalmata a terra. La appoggia alla mia pelliccia calda in modo che fosse comoda e al sicuro e decisi che sarebbe stata una buona occasione per uno studio dalla natura scientifica: come dormono gli umani. Studiai per un po’. Un bel po’.

Scoprii che gli umani sono carini quando dormono. Chi sa che cosa stava sognando la mia nanetta, provavo a indovinare: corse infinite in aperta campagna, un bell’arrosto abbandonato su una tavola imbandita tutta per lei o forse… mmmh… un duello tra nobil lupi! Oppure… Forse stava solo sognando la sua nonna, pensai infine, un po’ deluso. Finché non sentii un lamentino acuto e poi il solito “upo…”

“Ma allora stavi sognando me piccola?!” le dissi tutto scodinzolante. “Eheh!” mi sorrise felice lei.

Capii che renderla felice dava gioia anche a me.

“L’amicizia rende felici” dissi a Osso. E lei rise ancora: la presi come una conferma. Ero sicuro che se avesse avuto la coda in quel momento sarebbe schizzata a destra e a sinistra come la mia.

Un colpo fortissimo, all’improvviso. Qualcosa che mi sfrecciò così vicino al pelo da farmelo rizzare e mettermi i brividi. Un fucile.

Ero così preso dall’allegria che non mi ero nemmeno accorto del cacciatore che si era avvicinato quatto quatto.

Ecco perché non mi vanno tanto giù gli umani: succedeva spesso che provassero a spararmi e indovinate? Non per gioco. Avevo anche avuto compagni meno fortunati.

Questo doveva essere particolarmente tonto perché non aveva visto Osso dietro di me. Avrebbe potuto uccidere anche lei.

Scattai come una saetta in zampe. Mi girai verso di lei e capii che era nel panico. Era in una pozzanghera di lacrime. Così mentre ci sparava per la seconda volta la presi tra le zanne e scappai.
Correvo, correvo e sentivo urlare dietro di me. Doveva averla vista, finalmente, perché aveva smesso di sparare, ma sapevo che non avrebbe smesso di cercarci.

Mi fermai dietro a un sasso ai piedi della cascata. Qui il rumore dell’acqua sarebbe stato dalla nostra parte, avrebbe coperto quello delle mie zampe sui sassi del fiume.

Osso… quella pozzanghera non era di lacrime.

“Te la sei fatta addosso!”

“Pauraaaa!!!!” piangeva la marmocchia.

“Allora una parola la sai dire come si deve… Non ti preoccupare Osso. Non ti succederà niente. L’ho deciso appena ti ho vista.”

“È cativo!”, disse piangendo traumatizzata.

“Questo non te lo so dire. Forse non lo è, ma ha paura di chi è diverso da lui.”
A questo punto mi sentivo molto responsabile del futuro della piccoletta, così pensai che sarebbe stato meglio spiegarle, anche nel caso che non avesse capito.

“Osso, vedi, alcune persone hanno così paura di quello che non conoscono che vorrebbero eliminarlo. Ma tu non devi fare questo errore. Solo perché non sono come te non vuol dire che sia cattivo, vedi?”

Avevo ottime speranze per la mia bambina.

“Pelo!”

“Sì esatto! Pelo! Io ho il pelo e tu no! Lo so che stai capendo, me lo sento!”

Mi rise di nuovo in faccia tutta contenta. Sospirai. Forse non capiva proprio niente.
Be’, almeno ero riuscito a renderla di nuovo felice.

“Sarà meglio che ricominci a camminare, sai? Perché io ho un ottimo fiuto e tu… tu hai un pessimo odore.”

Capitolo 4

Lezioni di pipì

Mi sembrava di avere capito che nessuno avesse insegnato alla nana come si fa la pipì, perciò decisi di darle lezioni. Mi fermavo a ogni albero. Che in un bosco può significare fermarsi molto, molto spesso.

“Vedi, l’albero. L’albero serve esattamente a questo, non puoi sbagliarti. Ti fermi, alzi la gamba e fai la pipì.”

Era proprio imbranata.

“Pipì!” urlava ridendo come una pazza e non riusciva ad alzare la gambetta cicciottella nemmeno minimante abbastanza.

“Te la farai addosso di nuovo, me lo sento… ma ti prego, limitati alla pipì!”

Mentre eravamo in preda a questa importantissima discussione, ehm monologo, sull’importanza del mondo vegetale nella ricerca della perfetta sintonia tra stato di serenità e concentrazione, incontrammo qualcuno.

“Mi scusi, signor lupo. Non sono assolutamente d’accordo con le sue supposizione in fatto di materia urinaria.”

Mi voltai verso l’angolino dal quale proveniva quella… fastidiosa… voce nasale.

“Sono piuttosto sicuro – disse un gatto ciccione sdraiato sugli aghi di pino poco dietro di noi – che la soluzione da lei proposta non sia per niente igienica.”

“Un gatto! Quindi siamo vicini al villaggio!”

“Oh sìì lo siete. Ma credo che dovreste prima scavare un bel buco profondo, poi urinarvi all’interno e una volta finito, solo allora, coprire tutto per bene fino all’orlo.”

Cappuccetto Rosso lo notò solo in quel momento, ma la sua reazione fu a dir poco irrompente.

“Gatoooooo!!” Con gli occhi a cuoricino corse ad accarezzarlo.

Il gatto invece non sembrava avere la minima intenzione di alzarsi. Non so da quanto tempo fosse stato lì sdraiato, in fondo il colore del suo mantello tigrato era molto simile a quello del suolo. La guardò, le sorrise e si rotolò di qualche millimetro su un fianco, facendo le fusa.

“Quale senso civico sarebbe contenuto nell’atto di urinare all’aria aperta sul tronco di un albero? Non ha mai considerato che qualche incauto felino che passasse di lì per caso potrebbe arrampicarvisi, sporcandosi le povere, piccole, sensibili e delicate zampette con quella che lei chiama così volgarmente “pipì”?”

“Ehm…” dissi arrossendo in difficoltà, sentendomi anche un po’ in colpa.

Aggiunsi “mi scusi signor gatto, ha proprio ragione, non era mia intenzione sporcare la sua pelliccia di pi- ehm…”

“Sarà meglio che ricominciate a scappare” mi interruppe lui. “Quell’umano, se ci fa caso, puzza un bel po’. E si sta avvicinando di nuovo.”

Cappuccetto Rosso era ancora tutta presa a coccolarlo, la afferrai tra le zanne come fosse stata un pacchetto e dissi:

“La ringrafio fignore. Ficuramente lei ha molta più dimeftichezza di me co’ mondo deii umani. Potrebbe gentilmente dirmi da che parte fi trova il villaggio del sud?”

“Non capisco perché la riporti a casa. Crescerebbe meglio con te.” Improvvisamente mi aveva dato del tu, come se gli fosse uscito dritto dal cuore.

Per un attimo le sue parole mi solleticarono. Avrei potuto forse rapire la nanetta? Farla diventare un vero, fiero e coraggioso lupo?

“La parola di un lupo è il fuo impegno. Ho detto alla bambina che la avrei portata a cafa e cofì farò.” Non suonava altrettanto nobile con la bocca impegnata.

In ogni caso, non era quello il destino di Osso.

“Danonna!” gridò lei come per confermare le mie parole.

“Vai a sinistra fino all’albero che profuma di scoiattolo e poi gira verso destra. Poi vai dritto seguendo la scia di aringhe fritte e sarai arrivato.”

Lo ringraziai e partimmo veloci come il vento.

Capitolo 5

Umani

Il gatto non avrebbe potuto darci indicazioni migliori. Profumo di scoiattolo e poi a destra fino alle aringhe.

Le aringhe più buonissime e succulente che avreste mai potuto immaginare, che mi misero l’acquolina in bocca e mi fecero brontolare lo stomaco. Con la testa avvolta di questi piacevolissimi e squisiti sogni ad occhi aperti, non mi resi nemmeno conto che eravamo giunti alla fine del bosco.

Era ora di salutarci.

Nascosti dall’ombra degli ultimi alberi, potevamo vedere perfettamente le casette di legno e pietre degli umani. “Nonna!” gridò Osso indicando la più vicina.

Doveva essere andata così. Doveva essere scappata per correre a casa della nonna, ma poi era stata distratta da qualcosa e si era trovata improvvisamente in mezzo ai faggi, convinta di dover andare avanti per raggiungere la sua meta.

“Addio Cappuccetto Rosso.” Già mi mancava.

“Upo?” la scricciola forse aveva capito che ci saremmo divisi perché mi guardò tutta triste, con i lacrimoni agli occhi.

“Vai dalla tua nonna, coraggio. Starò qui a controllare che arrivi sana e salva.”

Per tutta risposta mi si incollò al pelo.

“Ehi, non posso venire con te! Gli umani non capiranno! Devi andare da sola!”

Un pianto a dirotto fu la sua replica. Decisi che, siccome non passava nessuno, l’avrei accompagnata fino alla soglia di casa. Nel più assoluto silenzio, perché nessuno potesse sentirci, mi avviai portandola come al solito tra i denti.

La appoggiai delicatamente davanti alla porta e mi voltai per salutarla. Definitivamente.

In quel momento qualcuno la aprii.

Fu orribile, sentii un grido che quasi mi bucò i timpani e in un secondo il paese, prima deserto, si era rianimato. Fucili e forconi, la loro furia tutta indirizzata a me. Mi mancarono per un pelo, un fulvo pelo bruciato del mio folto mantello.

Senza nemmeno accorgermene l’avevo ripresa ed era schizzato indietro, terrorizzato.

Comunque sarebbero arrivati in un attimo a raccoglierla, ma io dovevo scappare, non c’era tempo.

La appoggiai al limite del bosco e vidi la sua angoscia. Lacrime e moccolo di umano.

“Li odio!” gridò abbracciandomi, piangendo disperata. Avrei voluto potermi non separare mai dalla mia amica, nonostante tutto quello che le colava sul muso.

“Non farlo” le dissi, appoggiando il naso al suo, con gli occhi chiusi. Mi concentrai per poterle dire tutto quello che avrei potuto ancora insegnarle nel modo più chiaro, conciso e veloce possibile. “Non farlo. Chi è forte non odia. Chi è forte è gentile. Perdona, comprende, non dimentica ed è libero! Tu sei forte Cappuccetto Rosso e un giorno sarai un’adulta libera. L’odio, lascialo a loro.”

“Forte no oda…” ripeté lei, con le lacrime che le correvano lungo il viso.

“Addio!” Dovetti scappare. Non c’era più tempo.

Da lontano sentii che l’avevano trovata e anche una vocina felice di avere di nuovo la sua nonna.

Sperai solo che non si dimenticasse di me.

*

Da allora molti anni sono passati e ho sentito diffondersi altrettante versioni di questa storia. Mi hanno fatto passare per il cattivo, hanno detto che ho mangiato la nonna, che ho mangiato Cappuccetto Rosso, hanno detto anche che è stato un cacciatore a salvarle!

La storia scritta da chi grida più forte ha un sapore completamente diverso. Troppo dolce, troppo speziato, troppo deciso. Come se ci fosse qualche ingrediente marcio da nascondere.

Devo ammettere, però, che da qualche anno la vita ha cominciato a scorrere molto più tranquilla. Nessuno ha più cercato di spararmi.

In effetti una cornacchia un po’ chiacchierona mi ha detto che c’è stata una grande novità: il capo del villaggio del sud è una donna. E si dice che le piaccia vestirsi di rosso.

FINE

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