Feminist your tales – La Ludo

Feminist your tales – La Ludo

Tempo di lettura: 10 minuti

Oggi pubblichiamo un racconto di Daniela Piu, La Ludo.

Lo abbiamo scelto perché la penna affilata di Daniela, già autrice del nostro romanzo biografico Esse di seta, descrive punto per punto la mistica della femminilità in una narrazione che colpisce dritto allo stomaco come un pugno ben assestato.

La Ludo è nata sfortunata, ma il tempo ha riscattato la sua infanzia infelice con un’esistenza perfetta, talmente perfetta che alla Ludo non resta più nulla da desiderare. Anche se il fuoco, dentro di lei, continua a bruciare.

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La Ludo

In realtà Ludovica Ottonieri, detta La Ludo, nonostante il suo fortissimo accento parmigiano e la sua erre arrotata, era nata a Cracovia. E lo si vedeva benissimo dai suoi tratti tipicamente slavi. Il viso era sfilato, con la pelle di un biancore tendente al verde chiaro, gli occhi piccoli e di un celeste velato, la bocca a lama di coltello. Non era particolarmente alta. Per superare il metro e settanta portava dei tacchi vertiginosi. Il minimo erano sette centimetri, o non usciva di casa.

La Ludo… arrivò in città che aveva appena compiuto i sei anni. Dopo averne passati tre in un orfanotrofio polacco, si ritrovò nella classe di prima elementare con venti bambini viziati della Parma bene. Per il suo piccolo cervello provato da un’infanzia passata in compagnia di disadattati fu un vero shock dal quale non si riprese mai completamente. Imparò presto l’italiano grazie a quei compagni di classe già con la puzzetta sotto il naso. Un italiano quasi impeccabile, pulito, con molti modi di dire à la mode. “Dabò?” era il suo intercalare preferito. Lo usava spesso, a sproposito, solo per far ridere le compagne di banco, come la parola “trabiccolo”, una delle prime che imparò, anche quella usata come viene viene, per fare la simpatica. Con quel trucchetto si accattivò l’attenzione della Bea, una bambina lagnosa con dei boccoli artificiali auburn, che la inserì nel suo giro di bambine chic.

All’epoca ero già a servizio di mamma e papà Ottonieri, i quali lavoravano per il futuro della «petite polonaise» come ormai la chiamavano gli amici di famiglia, tutti selezionati accuratamente da mamma Ottonieri, che non aveva niente da fare tutto il giorno a parte decidere il menù che avrei cucinato io, e il colore dei fiori da mettere a centro tavola. Li andava pescando tra i colleghi del marito imprenditore, tra i banchi della chiesa della Steccata – la sua preferita -, tra i membri del Rotary Club di Parma. Immaginava un futuro roseo per la Ludo, cioè un matrimonio comme il faut. Il prescelto sarebbe stato il rampollo di una famiglia facoltosa, con un solido patrimonio immobiliare e un carrierone bell’e spianato davanti a sé. Detto fatto. Mamma Ottonieri individuò il fortunato nel figlio di una nota famiglia di produttori di pasta. Il bambino era stato sistemato da alcuni anni nella Scuola Svizzera di Bergamo, la più a portata di mano, e tornava a Parma solo per le feste comandate. Mamma Ottonieri lo aveva adocchiato una domenica di Pasqua mentre commentava con la madre il monumento funebre del marito morganatico della Maria Luigia, quell’Adam Albert von Neipperg che aveva sostituito l’immenso Napoleone Bonaparte. Solo a pensarci non ci si crede che qualcuno abbia potuto sostituire Napoleone a letto! Invece il ragazzino ripeteva alla madre la sentenza del medico che gli fece l’autopsia: “Sicut pueri”. La madre lo guardava dall’alto e pensava a quante cose si imparano alla Scuola Svizzera. Il ragazzino purtroppo era già promesso alla figlia di un produttore di Brunello di Montalcino, un nobile di schiatta antica e prestigiosa. Mamma Ottonieri dovette ritirare gli artigli.

La Ludo cresceva e dalla bambina insicura e sempre in cerca di attenzioni sbocciò una ragazza sfrontata e bisognosa di continue conferme. Verso i quindici anni, si fissò di avere le cosce troppo grosse. Non c’era verso di farle vedere la realtà, il suo corpo muscoloso e ben tornito grazie allo sport che faceva con piacere. Pretese che i genitori le pagassero la liposuzione in una clinica privata diretta dal padre di un suo compagno di scuola. Si beccò un’epatite C. Mamma Ottonieri si fece risarcire dalla clinica minacciando di farle chiudere i battenti e con i soldi del risarcimento preparò un meraviglioso corredo alla futura sposa.

La Ludo… finalmente maggiorenne. Patente e coupé, ovvio. Eccola che gira come una trottola sul suo carro trionfale tirato a lucido, sigaretta in bocca macchiata di rossetto, unghie smaltate con lo stesso rosa shocking. Da un’estetista a un parrucchiere, poi in palestra, shopping e infine, stanca morta, qualche oretta di studio. Si diploma con fatica e si iscrive a un corso di laurea triennale passando esami a raffica. I professori le regalano la sufficienza, basta che lei gli mostri un pezzo di tetta, un po’ di gambe.

Mamma Ottonieri individuò un altro candidato nella crème di Parma e ripeté l’assedio alla famiglia del prescelto. Dovette abbassare un po’ il tiro rispetto alla volta precedente, la Ludo era ormai ventenne. Al debutto in società della figlia, mamma Ottonieri invitò tutti i papabili della provincia. Fu lì che si rese conto che era già tardi. Gli unici impalmabili stavano due gradini più in basso rispetto a quelli a cui aveva mirato lei. Se l’avesse saputo prima… avrebbe speso comunque un patrimonio per l’abito in seta turchese, il collier di zaffiri e platino con gli orecchini pendant. Affittò il piano nobile della reggia di Colorno. Alla cucina pensai io, preparai per l’occasione un buffet favoloso. La festa fu chiassosa, come piace agli Ottonieri, gente abituata a stare sempre con altra gente, “in compagnia” come si dice fra loro. Mangiare o passare una serata in solitudine a casa Ottonieri è cosa illecita. C’è un continuo via vai di parenti, colleghi, conoscenti, amiconi, che sembra di stare in piazza. Sono sempre indaffarata nella loro cucina, a tavola non ci sono mai meno di otto coperti.

Al debutto in società della Ludo parteciparono un cinquecento persone. E tra queste vennero a festeggiare anche «Lui» e la sua famiglia. «Lui» era un ragazzone corpulento, dal viso anonimo nel quale brillavano due occhi del colore della pervinca. Occhi smorti, ma dall’azzurro acceso. Andava in giro vestito elegante, profumato di bucato, ben rasato. Occupava già la carica di vicedirettore dell’azienda farmaceutica di famiglia. Appena sopra c’era il padre, che divideva una fetta del potere con i due fratelli, uno dei quali padrino di «Lui». Aveva un nome, ma un nome… La Ludo preferì sempre chiamarlo «Lui»: Epaminonda le ricordava una vecchia zia del padre che si chiamava così.

La Ludo fu avvertita del suo arrivo dalla madre di «Lui», mandata avanti come un re manda i suoi messaggeri, il giorno l’aurora. La festeggiata si preparò a riceverlo come se fosse già il suo promesso sposo. «Lui», estasiato da quell’accoglienza, colse al balzo la palla recitando la parte del fidanzato. La rappresentazione riuscì talmente bene che i due, quella stessa sera, si guardarono negli occhi e si promisero l’impossibile: un amore eterno. Dove li condusse quella promessa sussurrata a fior di labbra nell’impeto di un ardore trattenuto male dalle convenienze? Intanto li accompagnò a mille pranzi di famiglia, li condusse poi attraverso lo spinoso sentiero della preparazione alle nozze e infine, per mano, all’altare gli fece pronunciare il fatidico “sì”. Mamma Ottonieri, ricoperta di lamé argentato, seduta nel primo banco della sua Steccata, non versò una lacrima. Con quello che le era costata l’estetista!

La Ludo… si imbarcò nel matrimonio come se stesse partendo per una crociera alle isole greche… Iraklia, Keros, Kinaros, Amorgos… Navigava spensierata per mari incontaminati e all’orizzonte c’era sempre un’isola da sogno pronta ad accoglierla tra le sue braccia calde e profumate di ginepro. Tutto le sembrò semplice. Quando iniziarono le prime incomprensioni con il marito, la Ludo rispose molto sbrigativamente: gli dava ragione e andava a sfogarsi dall’amante. Che non era altri che il miglior amico di «Lui». Più il marito pretendeva in casa, più lei si sfogava fuori. In alcuni periodi riuscì ad avere tre amanti per volta. Nessuno sospettò mai qualcosa dell’altro, nonostante si conoscessero tutti piuttosto bene. La Ludo era solita attingere nel bacino di amici del marito o dei suoi colleghi di lavoro. Tanti uomini, tanti tanti. Le giornate da sposata erano diventate più lunghe, bisognava pur passare il tempo in qualche modo: la noia era sempre in agguato.

Entrai a servizio dalla Ludo quando i parenti iniziavano a fare domande, non direttamente alla giovane coppia, ma a mamma Ottonieri che rispondeva con un sorriso fiducioso: “Ogni cosa a suo tempo. Si potranno godere un po’ la loro intimità, veh!”

Passò un anno, poi un anno e mezzo, poi due. Mamma Ottonieri aveva ormai un mezzo sorriso sulle labbra, di fiducia non ce n’era rimasta una goccia. Passò all’attacco.

“Allora? Arrivano ‘sti nipotini? Io sto invecchiando, fisc-iole!”

La Ludo fece orecchi da mercante. Dopo l’ennesima liposuzione non aveva nessuna voglia di ritrovarsi grossa come una botte per via della gravidanza. Tra l’altro lei e «Lui» ormai erano come fratello e sorella. La fregola iniziale era passata, rimaneva l’affezione e una certa simpatia. La Ludo non se ne fece un cruccio. Anzi, le parve che da quando avevano smesso di dormire nello stesso letto gli animi si fossero come calmati e la casa fosse diventata più vivibile.

Mamma Ottonieri non mollava l’osso: ripeteva fino alla nausea gli stessi concetti alla figlia, diventò scurrile. La insultava apertamente dandole della inutile, della povera scema se pensava di non coronare il matrimonio con almeno un paio di figli.

“E dacci dei nipotini, cara, accontenta due poveri vecchi. Non vogliamo mica morire così, senza discendenza! Le mie amiche, non passa giorno che non mi chiedano: ma allora?!, che aspettano? Dài, Ludovica, fallo per noi. Non ti abbiamo mai fatto mancare niente da quando ti abbiamo adottata. E allora su, forza!”

La Ludo teneva botta. Certo – ogni tanto pensava – se non fossero venuti a Cracovia e non mi avessero portata in Italia… Metti che ne sceglievano un’altra… Chissà in che tugurio sarei adesso! Ma erano pensieri passeggeri, non voleva pagare lo scotto di quell’adozione che la madre in continuazione le faceva pesare. Non così. 

La Ludo… alla fine, martella e martella, cedette. Convincere «Lui» a metterla incinta fu un gioco da ragazzi. Bastarono un décolleté e due moine. Ed eccola girare per le vie di Parma in cerca di tutine, carrozzine, pré-maman, lei che non usciva di casa senza un tacco minimo sette, in ballerine per via dei piedi gonfi, del peso del corpo ingrassato e con la placenta ormai di otto mesi, il viso arrossato. Nonostante il trucco, si vedevano i segni delle notti insonni, la stanchezza dell’attesa. Non si guardava quasi più allo specchio.

“Ma non dicevano che la gravidanza rende più belle?”, chiese alla madre.

“Uff, credi sempre a tutte le sciocchezze che si dicono, Ludovica! Ma quando cresci?!”

Tre mesi dopo aver partorito, il malcontento si ripresentò più imperioso di prima.

“È perché devi dare un fratellino a tua figlia”, le spiegò prontamente mamma Ottonieri, che aveva la soluzione sempre in tasca.

Arrivò un’altra bambina, e poi un maschio. Mamma Ottonieri si placò. Aveva un nipotino, ora la figlia poteva anche andarsene a quel paese, lei e la sua malinconia.

Alla Ludo sembrò di uscire indenne anche dalla terza gravidanza. Era stata semplice anche quella, come tutto il resto. Ma era una semplicità che non dava sollievo. Si guardò una mattina allo specchio – «Lui» era già uscito da un pezzo per andare al lavoro – e si spaventò. Corse subito a prendere un tranquillante dal cassetto del comodino e cominciò la sua giornata da casalinga. In casa c’era tanto di quel lavoro da fare! E poi i bambini, uh!, le portavano via la giornata in un lampo. Si ritrovava la sera sul divano – «Lui» era fuori a cena con dei colleghi di lavoro – stanca morta, le mani screpolate, la testa confusa. La casa però era uno specchio, i bambini a letto, il frigo pieno.

Quanto tempo passò prima di quella fatidica notte? Tre anni? Forse quattro. Quattro anni di svezzamento, pulizie e bricolage, tranquillanti e televisione. La Ludo si ritrovò, quella notte – «Lui» era all’estero per un simposio – seduta sul letto con gli occhi sbarrati. Sentì come un fuoco che le bruciava il cervello, un fuoco che incendiò il resto del corpo. Camminò a passi decisi fino alla porta di casa, si spogliò completamente e uscì per strada. Corse, nuda come la sua mamma polacca l’aveva fatta, e mentre correva piangeva, cercando di spegnere quel dannato fuoco con le lacrime. La fermò una pattuglia di poliziotti, la caricarono su un’ambulanza. Si risvegliò in un letto del reparto di neurologia. Davanti a lei c’era mamma Ottonieri con sul viso un’espressione stupefatta, o forse beffarda.

“Ludovica, fai tanto rumore per nulla, figlia!”

La Ludo non rispose. Aveva la testa ovattata dai tranquillanti, lo sguardo vacuo.

La Ludo si immerse ancora, come se niente fosse stato, nel suo tran tran casalingo. Din don!, saranno state le dieci di mattina quando aprì la porta all’addetto della società che controllava le caldaie a gas. Lei indossava una vestaglia di chiffon color pesca e due ciabattine tacco 12 di pelo di coniglio, bianche come la neve. Una scia di profumo alla rosa damascena li accompagnò fino alla cucina. L’addetto era un trentenne dalla balbuzie piuttosto seria, arrossiva ogni volta che la Ludo lo guardava dritto negli occhi piccoli, di un celeste velato. Si apprestò a controllare la caldaia con uno straccio e alcuni attrezzi che tirò fuori man mano dalla sua valigetta di plastica nera. Tossicchiava spesso come per liberarsi da qualcosa che avrebbe voluto dire.

La Ludo sedeva su uno sgabello proprio dietro l’operaio che armeggiava, saliva e scendeva da una scaletta per prendere gli attrezzi. Ogni volta che gli rivolgeva una domanda lui tossicchiava, arrossiva perfino dietro il collo e sudando tartagliava fesserie in un italiano stentato.

Quando la Ludo lo pagò e firmò il modulo, l’uomo infilò la porta e scomparve. Lei si mise davanti allo specchio grande della sua camera da letto e si guardò attentamente: non vide niente di strano, tutto era in perfetto ordine. Tornò in cucina e si versò un Martini, mangiò un’oliva, sorrise tra sé: era straniero, poverino, andava aiutato… Chiamò l’impresa del gas chiedendo di mandargli un tecnico, lo stesso, il più in fretta possibile. Non riusciva a svitare lo sfiatatoio della caldaia perché l’addetto l’aveva stretto con troppo vigore. La centralinista le propose un altro tecnico che sarebbe stato da lei quello stesso pomeriggio, ma la Ludo preferì attendere l’indomani. Voleva «lui». Din don!, eccolo che suona alla porta. La Ludo aveva scelto per riceverlo un baby doll di pizzo e seta rosso corallo con vestaglia di seta porpora, ton sur ton. L’uomo entrò in casa sussurrando qualcosa in ucraino, la faccia livida dall’imbarazzo. Lei l’accompagnò in cucina ondeggiando sui tacchi delle pantofole di coniglio. Lui teneva gli occhi bassi. Si avvicinò alla caldaia e in un attimo svitò lo sfiatatoio, poi si girò verso la padrona di casa che si era appoggiata al solito sgabello e aveva aperto la vestaglia. L’operaio deglutì rumorosamente e si paralizzò. Lei allora gli si avvicinò e gli si incollò al corpo. Lui ebbe un fremito e rimase fermo, rigido. La Ludo non si perse d’animo e si diede da fare finché quello, perduto ogni freno, la buttò per terra tirandola per i capelli: in un attimo le fu sopra. La sbatté con violenza tenendole una mano sul collo come per strozzarla. Finì tutto in un lampo. Appena si riprese, lui si tirò su la patta e se la filò, senza neanche dirle crepa. La Ludo, stavolta, cercò una corda. Salì sullo sgabello e si impiccò.

di Daniela Piu

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