Feminist your tales – La levatrice

Feminist your tales – La levatrice

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Tempo di lettura: 4 minuti

“Non c’è una genia più incline a servire il demonio di quella delle levatrici” perché possono fare il bello e il cattivo tempo con il mistero della nascita e della morte. Sono donne: incarnano quel mistero.
Nel suo nuovo racconto, Miriam Marino ne esplora tutto il potere tremendo
.

Sapevo bene che il parroco mi teneva d’occhio perché pensava che non c’è una genia più incline a servire il demonio di quella delle levatrici, le quali possono far malefici sui neonati senza essere viste né scoperte. Il suo occhio da avvoltoio mi seguiva dappertutto. Me lo sentii addosso anche quella sera che, con le altre donne, ero andata a vedere il tramonto sul mare. Venne il crepuscolo e noi eravamo ancora lì a chiacchierare e a ridere tra di noi. Vidi la sua faccia arcigna che spiava dalla strada. E quella faccia diceva: “Come osano queste donne senza i loro mariti riunirsi e ridere tra loro? Nessun timorato di Dio ride tanto, solo gli indemoniati lo fanno”. Sicché eravamo ai suoi occhi una congrega di streghe, perché le donne per bene restano a casa, chine sul focolare a servire i loro mariti e mai si aggregano tra loro. Non per questo contano qualcosa. Eredi di Eva, che portò la morte nel mondo, esse sono comunque delle scriteriate, foglie al vento senza raziocinio e, per loro natura, facile preda del demonio. Occorre, perciò, tenerle sottomesse e divise. Oh, quanta paura avevano delle donne che si riunivano tra loro senza il controllo del padrone!

La mia condizione destava particolarmente sospetto: ero una donna senza marito ed esercitavo un’arte pericolosa. Ai loro occhi, naturalmente, non a quelli delle donne che mi chiedevano aiuto.

Che ne sapevano questi uomini senza amore e senza gioia che sentenziavano e dettavano leggi a nostro danno, che ne sapevano del dolore delle donne che partorivano un bambino dopo l’altro, che ne sapevano del sudore, del sangue, dell’affanno?!

Assistevo le partorienti nelle loro povere case, le rassicuravo. La mia sola presenza infondeva loro sollievo perché, da quel momento, erano in mani esperte e sollecite. Davo loro rimedi per alleviare il dolore. “Come osi somministrare rimedi che tolgono il dolore del parto?” mi disse l’inquisitore. “Sulla bibbia c’è scritto: ‘Partorirai con dolore’”. Povertà e dolore doveva essere la vita delle donne affinché una categoria di uomini, nobili e preti, nemici di ogni bellezza e di ogni calore umano potesse signoreggiare su di noi. E tanta ce n’era di povertà. Spesso mi capitava di dover aiutare ad abortire una donna con sette figli che non sapeva cosa dare loro da mangiare. I bambini crescevano, quando riuscivano a sopravvivere, denutriti e rachitici; ma questo poco importava: se morivano se ne poteva sempre partorire un altro.

Mi arrestarono quando nacque un bambino così malandato che morì dopo poche ore. La madre era lei stessa denutrita e debole e il parto fu difficile. Mi accusarono di aver estratto il cuore del neonato per offrirlo al demonio. Risposi che potevano verificare la mia buona fede riesumando il corpo e constatando che era intatto.

Naturalmente non lo fecero. Non c’era niente che temevano di più gli inquisitori che di aver prove dell’innocenza delle loro vittime.

La loro risposta fu che il demonio offusca i sensi e quindi avrebbero potuto vedere la salma intatta mentre invece non lo era.

Ovviamente non avevo un difensore, né argomenti per poter proteggere me stessa. La madre del bambino mi difese, fu arrestata. Era in combutta con me, dissero. Inoltre aveva affidato alle mie mani un innocente che era morto senza battesimo e perciò non sarebbe volato in paradiso.

“Solo la scienza ufficiale può curare e somministrare rimedi, sostituirsi ai dottori è stregoneria” sentenziò l’inquisitore.

Ben presto tutte le levatrici furono arrestate, l’arte medica ufficiale vestì i panni di medici ignoranti che mai si erano occupati di ostetricia, che non avevano mai assistito a un parto, che non conoscevano le più elementari nozioni. Le donne non ebbero più il conforto di un’altra donna esperta che sapeva come rassicurarle, che curava i loro malanni tenendo conto di tutta la loro condizione, fisica e psicologica. Si trovarono a rimettere il loro affanno nelle mani di uomini freddi e supponenti che massacravano madre e bambino, talvolta facendo a pezzi il feto per tirarlo fuori dalla pancia della madre. Questo accadde a una povera donna a cui si era rigirato il bambino nell’utero.

La mattina della mia esecuzione nella piazza erano stati allestiti dei palchi per lo spettacolo che stava per iniziare. Vi sedevano ministri del Sant’Uffizio, l’arcivescovo, il sovraintendente delle carceri segrete, il capitano di giustizia, e uno stuolo di ufficiali, autorità e signorotti, con i piedi appoggiati su morbidi tappeti e accomodati su comode poltrone. Per loro, dietro i palchi, erano stati organizzati dei punti di ristoro, con cibi raffinati, onde rifocillarsi durante lo spettacolo.

Io venivo avanti cavalcando un mulo. Avevo le mani legate ed ero livida dal freddo e piagata dalle torture. Mi scortavano i giudici e i rappresentanti del Sant’Uffizio. La folla, eccitata, era tenuta a bada dai soldati e, ogni tanto, partiva il grido: “Al rogo la strega!”.

Fu letto l’elenco delle colpe che avevo commesso e il capitano di giustizia pronunciò la sentenza di morte.

Mentre mi legavano al palo, sulla catasta di legna, i miei occhi brucianti di febbre guardavano i signorotti i giudici, i preti e tutto l’ignobile e osceno pubblico che voleva godersi lo spettacolo della mia morte. Dal fondo della mia disperazione una preghiera salì dalla mia anima e raggiunse il cielo.

Tra i bagliori del fuoco che mi straziava e il fumo che mi soffocava ebbi una visione: come un’ondata di marea si riversava nella piazza una profusione di donne. Donne fiere e combattenti. E l’urlo della folla che gridava “Al rogo la strega!” si trasformò in un altro grido levatosi da petti mai arresi e tutto diventò quell’unico urlo, via via sempre più assordante che sommerse la piazza, travolse i palchi e trascinò nel fango preti e autorità:“Tremate! Le streghe son tornate!”.

di Miriam Marino

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