Feminist your tales – Kashi

Feminist your tales – Kashi

Spread the love
Tempo di lettura: 10 minuti
Racconto di Miriam Marino
Racconto di Miriam Marino

Il cuore di Kashi batteva all’unisono con il rullo dei tamburi che percuoteva l’aria azzurrata del crepuscolo. I fuochi accesi sulla riva del Gange guizzavano secondo il volere del vento, illuminando a tratti la sera, e le acque del fiume nel loro eterno fluire si accendevano di bagliori. La pira, composta da palme giunchi e foglie, era pronta e la sua sagoma già si stagliava contro il cielo quando il corteo funebre si era avviato, lentamente guidato da Shoni, la vedova del defunto. Aveva indossato il suo sari rosso, l’abito nuziale; il volto era più splendente che mai e i lunghi capelli neri s’intravedevano, lucenti, da sotto il velo. Kashi la guardava come si guarda una dea, e tale stava per diventare sua madre. Camminava come se non fosse più in questo mondo. Lo sguardo di ognuno era appuntato su di lei e tutti pendevano dalle sue labbra perché ella era da quel momento investita di poteri superni e poteva benedire o maledire coloro che le stavano intorno. A pochi passi dalla pira si fermò, appoggiò la sua lunga mano su un muretto lasciando un’impronta colorata di rosso e oro. Lì, in quel punto, all’indomani sarebbe sorto un altare dove i devoti avrebbero pregato in suo nome.

Il corteo si fermò sulla riva del Gange e la salma del defunto fu calata nell’acqua, Shoni discese nel fiume e con gesti delicati che a Kashi sembrarono movimenti di danza, cominciò a lavare il cadavere del marito. La bambina notò una strana espressione sul volto della mamma, un’espressione di distacco, di impassibilità come se non fosse veramente lì con loro o come se non se ne rendesse conto, ma era troppo piccola per supporre qualcosa di diverso dal fatto che sua madre stesse entrando nel novero delle divinità. Poi, il corpo dell’uomo fu issato sulla pira. Dopo aver lavato il cadavere Shoni si era purificata nelle acque del fiume sacro, e infine salì agilmente sulla pira e si distese accanto alla salma. I suoi parenti la legarono strettamente al morto, e cominciarono a cospargerla di burro e altre sostanze infiammabili per aumentare la combustione. Kashi fu attraversata da un brivido.

Perché legavano la mamma? Il sacrificio poteva essere solo volontario, e allora perché la legavano come se temessero che potesse fuggire? Se la mamma era una sati non avrebbe dovuto nemmeno sentire il bruciore delle fiamme, ma la visione del gesto di versarle addosso combustibile la turbava e le opprimeva il cuore. Poi, la pira fu accesa e i tamburi ripresero a rullare e rullavano sempre più forte mentre le fiamme si alzavano crepitando. Quel cupo rullare di tamburi non riusciva, però, a coprire del tutto le grida strazianti della donna che stava bruciando viva.

Kashi si alzò da terra con fatica. Da un po’ di tempo le dolevano le ginocchia, ma non per l’età: Kashi era giovane. Il ricordo del sacrificio della mamma le faceva ancora male. Ora sapeva perché era successo, altro che diventare una divinità protettrice per sette generazioni! Volevano solo liberarsi di lei. Kashi aveva ormai imparato sulla sua pelle quanto valeva una vedova. Aveva imparato che la vita di una donna era giustificata solo dall’essere la moglie di qualcuno. Una volta perso il marito ella non aveva più identità, non era che un ombra che sfiorava la terra. E non aveva più mezzi per sopravvivere. Sebbene, per contrattare il matrimonio, la famiglia della mamma avesse versato a quella del suo futuro marito una dote così consistente da farle sfiorare la rovina economica, quei beni erano diventati esclusiva proprietà di costui e, dopo la sua morte, rimanevano alla sua famiglia. La vedova non aveva alcun diritto ed era soltanto un peso.

Kashi si inoltrò per le strette vie affollate di mucche e questuanti, di vedove che sciamavano come bianchi fantasmi cantando ininterrottamente canti devozionali in cambio di tre rupie e una ciotola di riso. Non riusciva a dimenticare il volto radioso della mamma quando il suo sguardo si posava su di lei le volte che la interrompeva mentre era intenta a un lavoro. La mamma lavorava continuamente. Preparava da sola lo yogurt, la farina, impastava il pane, lavorava nei campi. L’aveva vista perfino fabbricare i mattoni. Mangiava per ultima, dopo aver servito tutti, da sola.

Mentre si avviava verso il suo ashram, Kashi era invasa da rabbia e tristezza. Non era bastato tutto questo! Per dimostrare di essere una moglie devota, aveva dovuto anche farsi bruciare viva. La fine della cerimonia funebre aveva segnato anche la fine della sua infanzia. Mille volte Kashi aveva invocato la mamma e altrettante volte aveva rimpianto che se ne fosse andata anche se per diventare una dea. Allora non aveva ancora capito come gli uomini costruiscono miti per giustificare i loro crimini e per nutrire con il sangue delle donne il loro smisurato ego e la loro arroganza. Eppure, dubbi angosciosi già insidiavano la sua mente: lei aveva sentito le urla di sua madre. A casa dei nonni paterni cominciava a sentirsi a disagio, a sentirsi di troppo ora che il sorriso della mamma era stato consumato dal fuoco. E non ci restò a lungo perché le trovarono marito sebbene avesse solo undici anni.

Traslocò a casa di costui e ci mise tre giorni per capire chi degli uomini di quella casa era suo marito. La suocera dominava su di lei come su una schiava e le dava continuamente ordini. Spesso la faceva lavorare fino a tardi. Non l’avevano fornita di una dote, perciò il suo valore consisteva solo nel lavoro che riusciva a svolgere. La notte dormiva con la suocera, il giorno sgobbava come una sguattera.

Il marito di Kashi si era pentito presto di quel matrimonio. Aveva accettato di sposarla per dei sospesi che aveva con i suoi nonni paterni, ma non si rassegnava a non averci guadagnato alcuna dote. Così, si era messo alla ricerca di un’altra moglie. Fu allora che la bambina cominciò a essere vittima di un incidente domestico dopo l’altro: era chiaro l’intento dell’uomo di liberarsi di lei restando impunito. Ma il cielo aveva disposto diversamente e un giorno, mentre tornava a casa in motoretta, fu investito e morì sul colpo. Kashi era intenta a strofinare lo straccio sul pavimento.

Lavorava con le ginocchia a terra e, a un tratto, vide davanti agli occhi i grossi piedi della suocera. Alzò lo sguardo e lesse sulla faccia di quella donna la fine della sua vita. La suocera la prese per un braccio e la tirò in piedi. “Tuo marito è morto” annunciò.

Nei suoi occhi c’era avversione, accusa e disprezzo. La visione delle fiamme si erse minacciosa davanti alla smarrita ragazza, ma oramai l’usanza non era più tanto seguita, neppure nelle zone rurali. Non si aspettavano da lei che si lasciasse bruciare viva sulla pira funebre del marito, ma auspicavano che indossasse un sari bianco, simbolo del lutto, e che lo portasse fino alla morte, che si rasasse i capelli e che passasse il resto della sua vita da reietta, esclusa da ogni socialità, dormendo per terra su una stuoia, e che si nutrisse solo di una ciotola di riso. Aveva dodici anni, ma non aveva più futuro. Non poteva risposarsi, non poteva lavorare, non poteva avere nessun contatto umano e sociale. All’improvviso si ritrovò orfana e vedova. Ora non era più una “sumangali”, una donna di buon auspicio, ora era una vedova.

La vita nella casa dei suoceri diventò un inferno. I suoi parenti la evitavano come se fosse appestata, tutto il giorno si sentiva addosso occhi neri che la guardavano accusatori, lucidi di risentimento. Le davano la colpa della morte del marito. E non era forse colpa di ogni donna che non precedeva il coniuge nella morte ma che osava sopravvivergli, quella di non aver saputo trattenere la sua anima? “Vidhwa”, vedova, era una parola così infame che perfino pronunciarla portava sfortuna. Anche per strada la gente la evitava, si tenevano a distanza perché se avessero calpestato la sua ombra, una terribile disgrazia li avrebbe colti. Dopo pochi tormentosi giorni la sua famiglia acquisita la cacciò di casa per timore che la sua presenza potesse attirare nuove sciagure.

I ricordi si affollavano nella sua memoria come fantasmi dolenti.

Quando era arrivata a Vrindavan aveva con sé solo un rosario. Si era mescolata alle altre migliaia di vedove senza fare domande e nessuna le aveva chiesto nulla. Erano tutte parte del fiume dell’infinito dolore del samsara.

Kashi sfiorò una turista incantata a guardare uno dei cinquemila templi di Vrindavan, passò tra un babaji e una mucca ostinatamente ferma in mezzo alla strada, e arrivò al tempio. Il tempio risuonava di canti “Hare Krishna, hare Krishna, hare Krishna” fino al cielo. Le vedove, nei loro sari bianchi, braccia levate, cantavano ininterrottamente a turno, giorno e notte, i bhajan, invocando Krishna il dio dell’infinita compassione. Questi canti erano l’unica occupazione loro concessa e grazie alla quale si guadagnavano qualche rupia e una tazza di riso dai padroni degli ashram.

Vrindavan, questa città sacra nell’Uttar Pradesh, concedeva, assieme all’altra città sacra Varanasi, la possibilità, a chi vi andava a morire, di uscire dall’infinita sofferenza del samsara interrompendo il ciclo delle reincarnazioni. Ma la ragione per cui vi confluivano migliaia di vedove da tutta l’India, tanto che Vrindavan veniva chiamata anche “La città delle vedove”, era che lì in quella città c’erano almeno delle associazioni caritatevoli che, in cambio delle preghiere, garantivano loro un giaciglio e una ciotola di riso. Vrindavan era stata la città dove Krishna aveva trascorso la sua infanzia e pullulava di templi in suo onore e in onore di Radha, la sua controparte femminile.

Le più anziane tra quelle vedove non ricordavano neppure più il loro passato, come se la loro vita si fosse dissolta in cenere nelle acque del Yamuna. Alcune avevano scolpite tra le pieghe del volto le sofferenze e le umiliazioni trascorse e non servivano parole per esprimere quanto la loro vita fosse una prigione da cui si poteva uscire solo con la morte. Kashi, però, aveva appreso frammenti di storie di qualcuna di loro e vi aveva riconosciuto le umiliazioni e le ingiustizie che lei stessa aveva patito. Parvati era stata relegata dal figlio maschio nella stanza più piccola della casa, era tutto ciò che le aveva lasciato perché come vedova non aveva diritto a niente, per sopravvivere era venuta a Vrindavan. Kali vi era giunta dopo la morte del marito e dei figli per trasformare il suo dolore in preghiera. Anche quelle che erano venute per cercare nella spiritualità un lenimento alle loro ferite, non potevano uscire da quell’esperienza e l’unica cosa certa che tutte potevano fare, era aspettare la loro morte.

Benché la sua vita girasse solo intorno ai canti devozionali Kashi manteneva gli occhi aperti e le orecchie vigili anche sulla realtà quotidiana, era un’adolescente curiosa e sveglia e la forza vitale si andava destando dentro di lei con prepotenza esigendo i suoi diritti. Una notizia che aveva intercettato ascoltando una conversazione l’aveva profondamente turbata. In un ospizio governativo per vedove erano stati rinvenuti tra i rifiuti resti di cadaveri fatti a pezzi. Per evitare le spese funerarie che prevedevano la cremazione, la direzione dell’ospizio consegnava i cadaveri agli spazzini con l’incarico di ridurli in pezzi onde buttarli nella spazzatura. Kashi aveva visto le vedove più povere raggomitolate agli angoli delle strade dove avrebbero trovato la morte, ma questo era troppo. Ancora una volta pensò a sua madre. Era giovane e bella quando fu arsa tra le braccia di un cadavere.

Dunque andava bene bruciare una donna viva, quando invece era morta non meritava neppure una pira di frasche e legna. Contava così poco che si buttava nella spazzatura. Continuando a rigirarsi nella mente quegli orribili pensieri, Kashi aveva smesso di cantare. La sua vicina Kokila le toccò lievemente la spalla interrogandola con gli occhi. Kokila aveva ancora il puntino rosso in mezzo alla fronte che la designava come una donna sposata, suo marito non era morto, si era preso in casa un’altra donna e l’aveva abbandonata. Il risultato non era cambiato e Kokila viveva come le altre vedove. Kashi non potè fare a meno di pensare: “Gli uomini sono dannosi da vivi e da morti”.

Sulle rive dello Yamuna, Kashi era scesa con le altre vedove per bagnarsi nelle acque del fiume sacro. Le rive brulicavano di devoti. Asceti sprofondati nella loro interiorità erano immersi in meditazione. Non avevano sensi per ciò che li circondava, questi uomini erano considerati già morti alla vita, babaji, mendicanti seminudi, si immergevano lentamente nell’acqua e, più in là, si bagnavano gruppi di vedove come sciami di nuvole bianche. Erano già tre anni che Kashi viveva a Vrindavan, tra poco avrebbe compiuto quindici anni. Il primo anno del suo arrivo il padrone dell’ashram dove si era stabilita aveva cominciato a guardarla in uno strano modo. Si sentiva addosso gli occhi di quell’uomo come fossero mani che la spogliavano. Lei si nascondeva nel suo sari come una farfalla nel bozzolo. Era poverissima, non possedeva nulla e perciò per la sua sopravvivenza dipendeva in tutto dall’ashram. Un giorno l’uomo la sorprese da sola e cercò di violentarla. Kashi scattò come una molla, la sua reazione fu istintiva e immediata, l’uomo non fece in tempo a rendersene conto che il ginocchio della ragazza lo aveva già colpito, lasciandolo a ululare di dolore mentre lei si dava alla fuga. Parvati la trovò rannicchiata e piangente in un angolo del tempio. La prese tra le braccia per consolarla e prima che la ragazzina raccontasse l’accaduto la donna aveva già intuito, conosceva altre storie. Come la storia di Sushila, un’altra adolescente tenuta come concubina dal padrone dell’ashram che, poi, l’aveva venduta a un proprietario terriero e costui l’aveva usata in feste e orge; quando la ragazza si era ridotta allo stremo se n’era liberato vendendola a un bordello. Era la triste sorte che capitava alle vedove bambine e giovanissime, le più indifese e vulnerabili.

Kashi non tornò più in quell’ashram e preferì dormire per strada o sul pavimento dell’atrio dei templi. Da un po’ di tempo, però, le cose stavano cambiando. Una o.n.g. che difendeva i diritti degli intoccabili, “Sulabah International”, aveva preso in gestione cinque ashram governativi mettendo a disposizione medici e ambulanze e istituendo corsi di alfabetizzazione e istruzione, inoltre aveva fatto pressioni presso il governo per lo stanziamento di un fondo destinato a fornire un reddito minimo alle vedove.

L’iniziativa della o.n.g. aveva permesso a Kashi di andare a vivere in uno di questi ashram e la fanciulla stava progettando di migliorare la sua istruzione perché era fermamente decisa a gettare il sari di lutto alle ortiche e di mettersi a lavorare. La pressione sociale era ancora enorme, ma era decisa a lottare per cambiare le cose per sé e per le altre vedove. Il giorno del suo quindicesimo compleanno cadeva la ricorrenza della Holi, la festa della primavera. Per la prima volta il suo ashram gestito da “Sulabah” avrebbe aperto le porte al pubblico per celebrare (assieme alle vedove a cui, fino a quel momento, era stato proibito qualsiasi partecipazione a feste e cerimonie) la festa della primavera.

E il giorno arrivò portando con sé vita e colori. Le porte dell’ashram furono aperte e la musica si spandeva intorno uscendo dall’atrio e disperdendosi per i vialetti a labirinto. Le donne sedevano a terra a gruppetti e staccavano petali dai fiori che poi raccoglievano in grembo. “Holi hai holi hai” cominciarono a risuonare i mantra a Krishna dal ritmo ipnotico e serrato, le vedove iniziarono a danzare tenendosi per mano e lanciando in aria polveri colorate e petali di fiori che ricadevano in pioggia sulle braccia levate delle donne. I sari bianchi si macchiarono di tutti i colori dell’arcobaleno e i volti si aprirono al sorriso.

Brillarono anche lacrime. Le anziane ricurve sui loro bastoni, troppo stanche per ballare, si tenevano ai lati, non ricordavano più la primavera: da troppi anni era scomparsa dai loro giorni. Ma la vita stava per cominciare, la vita cominciava adesso.

di Miriam Marino

Se ti è piaciuto, leggi anche gli altri racconti di Miriam che abbiamo pubblicato sul nostro blog
Non urlare e Una brava bambina non fa queste cose

One Reply to “Feminist your tales – Kashi”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Follow by Email
Facebook
Instagram