Feminist your tales – Il mondo rimasto fuori

Feminist your tales – Il mondo rimasto fuori

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Tempo di lettura: 10 minuti

La prima cosa che vide, aprendo gli occhi, fu l’acqua che tremolava dentro il bicchiere. Lo respinse, con gesto confuso. Poi si guardò intorno. 

«Cos’è successo?» chiese. 

«Sei svenuta, come ti senti?».

«Dov’è quel giornale?» disse Marina, scattando in piedi. 

Angela la costrinse a sedere di nuovo: 

«Aspetta un attimo». Le prese la mano. «Abbiamo chiamato un’ambulanza, sei rimasta incosciente qualche minuto». 

«Non voglio andare all’ospedale. Non ci penso neanche. Datemi il giornale, dov’è il giornale?». Si chinò per raccogliere il quotidiano che era caduto per terra. Era ancora aperto su quella pagina. «Lasciatemi leggere» disse, «lasciatemi riprendere da qui».

La luce invernale, fredda, sui piatti grigi, vuoti. La televisione spenta. Il Tg regionale aveva appena riportato il fatto con poche scarne parole. Sedevano uno di fronte all’altra, ansiosi e delusi, in un silenzio nervoso. 

Il quotidiano era aperto sulla tavola. Fabrizio lo prese in mano: 

«La foto non è chiara». 

«Lo è eccome, e poi leggi, leggi in punto in cui dice com’era vestita, e lo zaino, lo zainetto da bambini, non uno qualunque. Lo sai dove l’abbiamo preso, a quella fiera, il fiore applicato è cucito a mano». 

Fabrizio accese una sigaretta.

«È come se l’avesse fatto apposta, di imitare quello zainetto. Certo, è di tela, l’avrà cucito» riprese Marina, alzandosi, «così come si è comprata un cappotto simile al mio, scarpe come le mie, una sciarpa identica».

«Per venire a morire ieri sera proprio sotto casa nostra. In quel modo, poi. E per giunta, sotto Natale».

«Ci sarà un’inchiesta. E noi cosa facciamo? io che cosa faccio?». Si lasciò cadere sulla sedia, con la testa fra le mani.

«Dobbiamo dirlo alla polizia». 

«È rischioso, ci faranno un sacco di domande, ci chiederanno se la conosciamo, ci andremo di mezzo, me lo sento. E i bambini, e quelli che ci conoscono?».

«Saremo tutti coinvolti nell’inchiesta, tutti quelli del palazzo» disse Fabrizio, «la panchina appartiene al condominio. E il giardino è recintato».

«Per modo di dire, entra chi vuole». 

«Non significa niente».

«Andremo per primi, o aspettiamo che ci convochino loro?».

«No, li chiamiamo al più presto. E adesso mangiamo qualcosa».

Rifletté un attimo.

«Ma tu sei proprio sicura di non averla mai vista, quella donna?».

Marina gli rivolse uno sguardo inquieto e doloroso: 

«Lasciami pensare ancora» disse.

Non le ville o le palazzine eleganti che si affacciano sui viali, sui quali gli alberi riflettono lunghe ombre. No. Le palazzine di periferia, quelle rosse pietra a vista, a tre quattro piani con intorno un giardinetto condominiale con il cancelletto grigio e la ghiaia, e una siepe davanti. Quelle che la sera attraverso le finestre lasciano intravedere la lampada centrale del tinello e sulle pareti qualche quadro banale, un mobile scuro, qualcosa di colorato, una tenda scostata. Era golosa di quelle immagini, frugava con gli occhi dentro quelle finestre, quegli spiragli di vita altrui, quell’intimità che le si offriva così indifesa. Brani di vita che si affacciavano sulla strada. D’estate diventava teatro, perché alle immagini si univano i suoni, le parole, i pianti dei bambini, le voci acute delle donne e quelle più gravi degli uomini, frammenti di dialoghi che lei coglieva avidamente.

Famiglie. Uomini e donne che si erano incontrati chissà come, a ballare o in casa di amici, o in fabbrica e poi il solito copione, l’amore, le nozze, i figli, e quella casa di periferia presa con il mutuo, o ereditata dai genitori di uno dei due. Dietro ogni persiana o finestra un copione simile, l’umanità sempre uguale che si alza al mattino ed esce di casa, e porta i figli a scuola, e va al lavoro. La luce calda del tinello, i frammenti di voci si lasciavano scoprire, come una vestaglia aperta, ai passanti. Ma bastava una tenda tirata all’improvviso sulla finestra, d’estate, bastava che il tono della voce si smorzasse o si trasformasse in sussurro, bastava una tapparella abbassata, una luce spenta perché i legittimi proprietari di quell’intimità se ne riappropriassero con vigore. Senza sapere di essere spiati, con quei gesti tuttavia si scrollavano di dosso il mondo, lo lasciavano fuori, come un nemico o come una noia. Alla sera, la famiglia diventa una realtà autarchica, una fortezza fatta di due camere e tinello, dove sulla tavola appena sparecchiata resta qualche tovagliolo e in un angolo lo zainetto pronto per il campo solare. 

Un gesto sfuggito nel corridoio buio, dove si affaccia la camera del bambino: una carezza, lui che le sfiora i capelli, le spalle. Domani la sveglia suona alle sei e mezza, ma chi ha voglia di dormire.

Lei era il mondo rimasto fuori. 

Si sentiva confusa, incapace di esprimere pensieri coerenti. 

Si sentiva come chi è vicino a cogliere un mistero, a stanarlo dal suo nascondiglio. Sentiva tutta la forza della vita sprigionarsi da quelle finestre, da quelle voci, da quegli oggetti intravisti fra le tende colorate. Un uomo, una donna. Le cose intorno a loro, le cose alle quali hanno dato origine, dagli oggetti scelti insieme alle creature che hanno generato. Negli appartamenti di quella strada di periferia, fra quei mobili scuri e banali, sotto quella lampada dalla luce gialla abita un’energia antica e sempre uguale, dimorano le passioni e le gelosie, si mettono alla prova i sentimenti, ci si provoca, ci si fa male. Come se la vita non risparmiasse il suo vigore e visitasse tutte le vite e insufflasse a tutti allo stesso modo la sua spinta e rendesse ogni esperienza unica, la prima mai provata al mondo, come se si donasse a tutti, senza tirarsi indietro, senza arretrare, sprezzante, dinanzi a una casa due camere e tinello.   

Scelse quella casa, fra tante, per dare inizio al suo viaggio. La colpirono i mattoni rossi, le persiane verdi, e quel giardino custodito da un cancelletto di ferro. Sulla strada di periferia si affacciavano pochi negozi, c’era una parrucchiera al piano terra, un meccanico, un bar. E poi case come quella, dai mattoni rossi o dipinte di giallo, di ocra. Una villetta con il giardino intorno, il massimo del lusso per il quartiere di operai, artigiani, impiegati, ci stonava, ma mica poi tanto perché, a guardarla bene, non era una gran bella casa, bastava osservare le rifiniture dozzinali, l’architettura. Era verso sera, l’ora in cui si torna a casa. Come previsto. Vide un uomo suonare al cancello, sentì lo scatto pronto, lo vide entrare, richiudere il cancello, poi il portone. Entrò poco dopo una donna con la sua bambina. Le parvero animaletti che avessero raggiunto la tana. Di lì a poco le finestre si animarono. Fra le tende accostate intravide una parete, e sulla parete erano appesi quadri di paesaggi e dal soffitto pendevano lampadari gialli, come previsto, e frammenti di mobili chiari e scuri. I primi piani erano i più indifesi, quelli che più facilmente regalavano scorci di intimità domestica. Riusciva a spiare, ogni tanto, un volto, poi due, coglieva avidamente gesti e rumori. Un uomo aprì la finestra. Lei distolse lo sguardo e affrettò il passo. Si sentiva una ladra. Stava ormai svoltando l’angolo quando udì altri rumori, vivaci, vicini, voci di bambini, seguite da quelle di due adulti. Si voltò, sperando che non la notassero, e percorse il vialetto a ritroso. Se li trovò davanti. Erano un uomo e una donna, giovani, alti, fra i trentacinque e i quaranta. L’uomo aveva in braccio una bambina, la donna teneva per mano il maschietto, di qualche anno più grande. Con la mano libera reggeva faticosamente i cartoni delle pizze. Apro io, disse l’uomo. Sarà meglio, rise lei. Entrarono e richiusero il cancello. Poi la porta. Il rumore la colpì come un piccolo schiaffo. Lei si fermò lì sotto. La sera era calda per essere in marzo. Mise le mani in tasca, annusando l’aria. Sì, era un anticipo d’estate, o forse era la calma familiare del quartiere di periferia che le faceva sentire quello come un luogo senza tempo.

Fabrizio si sentì scuotere il braccio. Istintivamente guadagnò il bordo del letto: 

«Pensaci tu ai bambini, per favore».

«I bambini non c’entrano. Ascoltami». 

«Che ora è?».

«Sono le due».

Lui si voltò, curioso e assonnato.

«Io la conosco, la morta, la conosco di vista».

Fabrizio accese la luce e sedette sul letto.

«L’ho incontrata. Eravamo andate a prendere i bambini a scuola, ero con Angela. C’era confusione, ma ricordo che l’ho notata. Aveva una giacca verde, una sciarpa».

«Età?».

«Sui cinquanta, coincide. Ho pensato che fosse una nonna, una nonna giovane, o una mamma un po’ attempata. Si guardava attorno, ma non aspettava nessun bambino. Era una donna distinta, truccata bene».

«Cosa ci faceva davanti alla scuola? L’hai più vista lì?».

«No, mi pare di no. Però, ecco, mi viene in mente, l’ho vista anche ai giardini, l’estate scorsa».

I bambini correvano, sbandati e felici. Le madri, sedute sulla panchina, li lasciavano fare. Qualche raccomandazione, ogni tanto, fra un discorso e l’altro, non fatevi male, lasciate stare i cani. Sedette sulla panchina di fronte, un libro in mano, i sandali che affondavano nella ghiaia. In cielo, il sole spensierato di giugno. Si preparava a sentire quelle parole come ci si prepara a una festa. Dal gineceo le giunsero presto le voci. L’argomento del giorno era un matrimonio.

«Si è sposata anche la Titti, e adesso manca solo mia sorella più piccola».

«C’è tempo, Katia, c’è tempo» intervenne Marina. «Ha ventiquattro anni».

«Io a quell’età ero già sposata» disse Marzia.

«Adesso è diverso, ci arrivano più tardi. E poi molti lo fanno in comune».

«Però, diciamocelo, è un po’ triste».

«Noi ci siamo sposati in chiesa e non sono pentita» continuò Marina. «Mia madre ci teneva, mio padre un po’ meno, sapete, i comunisti di una volta, ma alla fine l’ha accettato. È stato bello, sono contenta così. Avevo anche l’abito lungo, color cipria, bianco no, mi sembrava troppo, ma non le avete viste le foto? Abbiamo fatto anche il corso, Fabrizio era contrario ma io gli ho detto su dai, c’era un prete carino, non ci ha neanche confessato, una benedizione e via».

«Ma sì, che non rompano con quelle storie. Tutta colpa loro se la gente non va in chiesa».

«Tanto i preti li conosciamo, che fanno anche peggio di noi» intervenne Maddalena.

«Io sono cristiana, credo nei comandamenti e nel vangelo, ma non sono praticante. Se i preti fossero diversi, ma così non ce la posso fare» aggiunse Katia.

«Anch’io mi sono sposata in chiesa perché credo in Dio, ma andare a messa tutte le domeniche…» Marzia fece un gesto significativo.

Katia rise:

«Io mio figlio l’ho battezzato, ma ho detto a mia suocera: quando sarà il momento, per favore, portalo tu a catechismo perché noi alla domenica vogliamo dormire».

«Io mio figlio ce lo accompagno» disse Marina. «Ma quando abbiamo fatto tutto, comunione, cresima, spero che saremo liberi di andare al mare».

«Ce l’hai ancora la roulotte a Cesenatico?».

«Sì, non l’abbiamo venduta. Ci serve per il weekend e in luglio. In agosto andiamo in montagna, da mia cognata». 

«Avete sentito di Piera e Gianni?» la interruppe Marzia, cambiando discorso. Le altre finsero di non sapere, per godersi la cronaca completa. «Niente. È finito tutto. Lui non ha tollerato quella storia».

«Ma è stata un’avventura, no? Dovrebbe perdonarla» disse Marina.

«Gianni non è il tipo».

«E i bambini?».

«Staranno con lei, penso».

«Gli uomini queste cose non le perdonano».

«Per le donne è tutto diverso».

«Le donne ci rimettono sempre».

«Come con l’aborto».

«Bambini, venite un po’ qua! Cos’avete combinato, perché siete tutti sporchi?».

Si godeva quelle parole come una musica, un paesaggio, un quadro. Era tutt’orecchi. Parole che la riconducevano a un mondo in cui tutte le cose, come pedine ubbidienti, tornavano sempre a posto. Erano forti, quelle donne, e sicure delle loro certezze, come lupe nella tana, o uccelli nel nido. Il giardino di periferia quel pomeriggio sembrava una vacanza, un luogo dal quale ogni tormento era bandito, e se qualche pensiero mai si fosse affacciato, insolente, sarebbe stato respinto dalla potenza delle frasi fatte, di quel pugno di saggezza frettolosa e incontestabile. Giugno sospeso come le nuvole fra gli alberi. Anche lei sentiva i suoi pensieri camminare come piedi ben calzati per un sentiero sicuro, in piano, al riparo dai burroni. 

Passarono due ore, nessuna se ne accorse. Né loro, intente a chiacchierare, né lei, intenta ad ascoltarle. 

Verso le sei le raggiunse un uomo. Alto, jeans e maglietta. Robusto, rosso in faccia come chi lavora all’aperto. Si avvicinò al gruppo. Una delle donne gli andò incontro. Poi chiamò il bambino, che arrivò correndo. L’uomo se lo mise sulle spalle, a cavalcioni dietro la testa. Il bambino dall’alto salutò i compagni, agitando la mano. I tre si allontanarono. L’uomo e la donna parlavano fitto, mentre il bambino continuava ad agitarsi festoso sulle spalle del padre. 

Rimase seduta nella panchina, finché tutte se ne furono andate, e le prime ombre della sera calarono fra gli alberi. 

«E cosa ci faceva ai giardini?» chiese Fabrizio.

«Assolutamente niente. Se ne stava seduta a leggere. Ogni tanto ci guardava, me ne rendo conto adesso, poi tornava al suo libro. Non era una studentessa, vista l’età, chissà cosa leggeva».

«Sarà stata una matta».

«Certo che era matta, si è suicidata, quindi era matta».

«Meno male che non ha fatto niente, che so io, ai bambini. Una che si ammazza, e in quel modo».

«Dirò tutto questo alla polizia, della scuola, dei giardini, e spero proprio di convincerli che non la conosco affatto».

«Sei sicura di non averle mai parlato?».

«Quando mai, te l’ho detto, se ne stava sempre in disparte».

«Non ha mai allungato niente ai bambini?».

«Ma no, ma no!».

«E non l’hai vista altre volte?».

«Forse un’altra. Ma non ne sono sicura».

La domenica delle canzoni, la domenica di Leopardi, la domenica che si fa attendere e che sfinisce, la domenica che non ha pietà per nessuno, che massacra di noia le coppie e le famiglie e infierisce sulle solitudini e moltiplica i pensieri e li agita come cellule impazzite.

Fu in una di quelle domeniche che lei decise. 

Marina e Fabrizio sedevano dinanzi al commissario Boselli, che li aveva ricevuti dopo una breve attesa. 

«Abitiamo nella palazzina dove è stata trovata quella donna» disse Fabrizio «e vi abbiamo preceduti. Questa cosa ci ha sconvolti. E voi non sapete ancora perché».

Il commissario lo guardò incuriosito.

«Mi moglie è svenuta, quando ha visto la foto sul giornale».

«Lascia che gli spieghi» intervenne Marina.

«La morta aveva indosso un cappotto uguale identico al mio, un berretto grigio come il mio, e stringeva in mano uno zainetto come quello di mia figlia, con un fiore rosa applicato. Identico, capisce? Capisce come mi sento? Io non la conoscevo quella tizia, mai conosciuta, mai scambiato due parole. Però sono qui per dirle che l’avevo vista almeno un paio di volte nei paraggi, davanti alla scuola, al giardino Togliatti».

«E cosa faceva? Era da sola? Parlava con qualcuno?».

«Sempre da sola. Ricordo che una volta, davanti alla scuola, sembrava aspettasse qualcuno, ma non ci ho fatto caso più di tanto. La volta dei giardini però me la ricordo. Eravamo sedute su una panchina, noi amiche, dalla parte dell’uscita sul viale. Chiacchieravamo, mentre i bambini giocavano lì intorno. A un certo punto è arrivata lei e si è seduta sulla panchina di fronte, con un libro in mano. Ha cominciato a leggere. Ogni tanto, ora che ci penso, alzava lo sguardo dal libro e ci guardava. Almeno così mi pare adesso. Era vestita normalmente, ma aveva qualcosa di diverso, non so, era una persona distinta, ecco, distinta. Ma chi era quella pazza, commissario? Cosa sapete di lei? Siete sicuri che non sia stato un delitto, magari mascherato da suicidio? Se ne sentono tante. Come facciamo a stare tranquilli, siamo in pericolo? Con due bambini!».

«È un suicidio, di questo potete stare sicuri» replicò il commissario. «La donna, che si chiamava Elena Rosselli, ha ingerito sonniferi in quantità tale da procurarsi una morte certa in poco tempo. L’ha studiata bene. Si è introdotta chissà come nel giardino condominiale, ha scelto per morire il sedile in pietra appoggiato al muro, dietro casa. Era buio. Se non fosse stato per quel vostro vicino che rientrava con il suo cane…».

«Bastelli, è lui, non ci ha detto niente».

«Ma cosa sapete di lei?» chiese Fabrizio.

«Aveva circa cinquant’anni, era stata insegnante, una pensionata baby. D’altronde non aveva bisogno: il marito è un chirurgo, si chiama Maurizio Albergati, è conosciuto a Bologna, l’avrete sentito nominare. Abitava in via di Barbiano».

«Sui colli».

«Una bella villa sui colli. Ci abitavano in quattro, lei, il marito, due figli, studenti universitari, con due persone di servizio».

Massimo prese la mano della moglie fra le sue.

«Ma perché proprio io?» disse Marina, piano.

«Da quello che mi dice e soprattutto dalle modalità di questo strano suicidio, viene da pensare che per qualche motivo quella donna volesse appropriarsi progressivamente della sua vita, Marina, fino ad annientarsi completamente in lei, nella sua identità. Ci capitò anni fa un caso simile. Lo psichiatra parlò di un disturbo ossessivo innestato su una grave depressione».

«La mia identità? Ma chi sono io, che cos’ho io, perché? Non era una poveraccia, anzi, aveva una famiglia, due figli. Cosa dovrebbe dire tanta gente che fa la fame?».

Il commissario la guardò, serio. Poi si alzò in piedi e le chiese: 

«Lei è felice, signora?».

Rise, imbarazzata.

«Sì, certo, è ovvio, ma cosa c’entra?».

«Quella donna» disse porgendole la mano «la credeva molto, molto felice».

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