Feminist your tales – Condominio di fine anno

Feminist your tales – Condominio di fine anno

Spread the love
Tempo di lettura: 36 minuti

1 dicembre, mattino

C’era grigio, fuori, un grigio freddo, e sembrava che il grigio entrasse dentro, e che anche i muri fossero grigi, e bui, e il corridoio fosse lungo e grigio, fino in fondo, fino alla porta. Quella no. E s’intravedeva, scura anch’essa, ma severa, di un marrone lucido, testa di moro. Chiusa. Spiccava soltanto, nell’oscurità del corridoio, la maniglia d’ottone, immobile. 

Era la terza volta che percorreva il corridoio, avanti e indietro, avanti e indietro. Arrivata in cima, il suo sguardo cominciava a fissare la maniglia, e per alcuni secondi non riusciva a staccarsene. Era come una calamita. Bastava un gesto, per abbassarla. Ma a quel punto lei tornava indietro, fingendo disinteresse, mentendo a se stessa. 

Se fosse stato un altro a darglielo, quell’ordine, come l’avrebbe preso in giro! Ma Giorgio non scherzava mai, almeno quando le si rivolgeva con quel tono. Eppure l’uomo che aveva conosciuto dieci anni prima era ben diverso. Certo, non era il tipo che si lascia andare più di tanto, aveva sempre qualcosa che le incuteva soggezione. Neppure nell’intimità le riusciva di prendere l’iniziativa, nonostante lui la incoraggiasse a farlo. Ma non nel modo giusto, rifletté.

Presto suo marito sarebbe tornato. Ti lascio proprio in questi giorni, le aveva detto, scusami, ma devo assolutamente vedere un cliente. La sera prima della partenza avevano cenato al ristorante, poi lei gli aveva preparato la valigia in un’atmosfera strana. Giorgio l’aveva abbracciata, come faceva sempre, di un abbraccio che lasciava molti punti interrogativi, ma questa volta anche il suo abbraccio era stato freddo e pensieroso e turbato. E lei sapeva perché.

Suo marito le faceva paura. Erano ormai lontani i tempi in cui gli avrebbe aperto la porta sorridente, dopo l’attesa, carina e truccata, per strappargli uno di quei sorrisi così belli che aveva sempre per lei, assieme a un regalo, ogni volta che ritornava a casa da un viaggio di lavoro. Era un rito aprire il pacco sul letto, fra risatine e baci. Il regalo non sarebbe mancato neppure questa volta, perché niente era cambiato, fra loro, nei riti. E questa volta, dal punto di vista di Giorgio, lei aveva un motivo in più per meritare quel regalo. Era stata brava. 

Brava a sopportare l’attesa, a non aprire quella porta. Brava a rispettare il suo volere. Cosa le aveva chiesto, in fondo? Nel suo studio c’erano documenti delicati, sparsi sulla scrivania. L’ultima volta non aveva forse combinato un disastro, con quella mania di pulire dappertutto, spostare, lucidare? Si erano perse delle carte. Brava, finora era stata brava a vincere la curiosità. Sì, perché dietro quell’invito, fatto con tono così naturale ma perentorio, come fosse stato un ordine, c’era qualcosa di strano, che non poteva non destare curiosità. Perché quelle parole? Perché il suo studio era diventato un luogo proibito? Lo sapeva che lei era curiosa. E voleva metterla alla prova, con la vena un po’ sadica che lei conosceva molto bene. Quell’aspetto che glielo rendeva odioso, talvolta, e che era stato la causa di un alternarsi continuo di sentimenti opposti, che la laceravano. Ma ora si era aggiunto qualcosa, a complicare il loro rapporto: qualcosa che l’aveva fatta passare da vittima a colpevole. Dall’inquietudine, dall’amore frustrato, era nato infatti, quando meno se l’aspettava, un bisogno di ubbidire solo a se stessa. Non sapeva darsi pace né pentirsi di quanto le stava succedendo, non solo: sentiva che la nuova esperienza aveva risvegliato in lei una fame sopita, una fame antica, esigente, che ora non voleva più nascondere.  

Sicura di sé, come coloro che sottovalutano il nemico, prese a spolverare la libreria che percorreva il corridoio in tutta la lunghezza, fino alla porta. Mano a mano che procedeva, la sua mente si faceva più distratta, e lo sguardo veniva catturato dalla maniglia gialla che brillava elegante sul legno scuro.

Poi le dita cominciarono a muoversi in fretta sui libri, i piedi acceleravano, gli occhi fissi sulla porta scura. L’ultimo metro fu un attimo. Abbassò la maniglia, che cedette, docile. 

Entrò.

Pestò per terra con rabbia, maledicendo il freddo. Nel gioco di guardie e ladri gli era toccata, suo malgrado, quella parte in cui i ruoli quasi si invertono. L’appostamento paziente, tenace, scomodo, studiare abitudini, spiare le entrate e le uscite. La preparazione di un furto è una cosa seria. Di solito toccano all’ultimo arrivato, quelle operazioni preliminari. E infatti eccolo lì, appena ingaggiato da un boss emergente che lo aveva scovato per caso, in un bar dove si gioca a bigliardo e verso mattina ci sono le puttane che prendono il cappuccino. 

Lui vinceva sempre, a bigliardo. Questo era piaciuto al boss, capo di una banda di connazionali specializzati nei furti di appartamenti. Loris era agile di testa e di gambe. E perito agrario disoccupato. Azienda e morosa che chiudono i battenti. Ce n’è abbastanza per passare le giornate al bigliardo. E così si fanno certi incontri. Un tipo eccentrico, quel boss. Che gli aveva affidato un compito serio, dall’a alla zeta. Ti prendi un paio di settimane, aveva detto, guardi le mosse, chi entra chi esce, guardi i campanelli, ti scrivi gli orari, tutto di tutto. E mi raccomando: punta alle donne sole. Suoni, dici che c’è un pacco da ritirare, chiedi di scendere, e quando lei scende le fai perdere tempo, bisogna scaricare il pacco, l’autista ha parcheggiato più indietro e quella roba lì, e intanto Moreno va su e fa il resto. Ti do due settimane, chiaro? Devi riuscire a far tutto e riferirmi. Non sbagliare. 

Dal suo angolo Loris non staccava gli occhi dalla palazzina al di là della strada. Una palazzina piena di decoro borghese, circondata da case a due o tre piani, da qualche villetta col giardino. Una zona tranquilla. I balconi delle altre case mandavano, al di là dei vetri delle porte finestre, le luci intermittenti degli alberi decorati. Erano i giorni che seguono il Natale, in cui le luminarie dei terrazzi e dei negozi non fanno più clamore, sembrano aver perduto intensità, paiono perfino più fioche, e tutto rimane sospeso in attesa dell’ultima, scoppiettante festa dell’anno. Un intermezzo quieto, dedicato a chi resta in città.
La palazzina sembrava, e probabilmente era, in gran parte disabitata. Vacanze esotiche, o fuga dalla città per quelli che non possono fare a meno dello sci. E un’occasione unica per chi lavora in grande. Ma l’azienda del boss non prevedeva sgomberi di appartamenti interi. Furtarelli, truffe, scippi. Tutto con professionalità, però. Loris pensò che doveva uscire al più presto dal giro. Rimettersi a cercare un lavoro, scrollarsi di dosso quella merda. 

Pestò ancora i piedi e alzò lo sguardo. La luce scialba del mattino d’inverno colorava le pareti. Nessun Babbo Natale se ne stava abbarbicato sui muri di quell’edificio. Nessuno aveva addobbato i balconi. La maggior parte delle finestre mostrava le tapparelle a metà. Qualcuna era sollevata e lasciava intravedere soffitti bianchi, qualche quadro. Altre avevano le tende tirate. Ma non si vedeva nessuno. Nessuno entrava e usciva. Osservando la palazzina, dall’altra parte della strada, sembrava di cogliervi un silenzio strano. Quasi tutti quelli che erano rimasti chiusi là dentro si fossero messi tacitamente d’accordo per ignorare le feste, il capodanno vicino, come una faccenda importuna, un tabù.

In quel momento, alla finestra d’angolo di un piano alto comparve una figura femminile in vestaglia, che attraversava la stanza. 

Prese nota dell’ora.

«Se continui ad agitarti, ci fai venire l’ansia». 

«Prova a stare tu senza pisciare per dodici ore, e poi mi sai dire». 

Miou non replicò. Capiva il problema: da qualche tempo aveva la vescica debole, anche se non l’avrebbe mai ammesso. 

Arthur continuava ad agitarsi senza tregua. Era sceso dal divano e aveva raggiunto la porta, poi da lì si era spinto annusando fino alla cucina, dove si era servito nella loro ciotola dell’acqua, e ora se ne stava di nuovo uggiolando davanti all’ingresso.

«Adesso arriva Marcello e ti porta fuori. Guarda l’aspetto positivo, no? tu vedi ogni giorno un po’ di mondo». 

«Lascia stare, Pluff» disse la gatta, stiracchiandosi sulla poltrona, «lui non è mai contento». 

«Abbiamo conosciuto altri tempi, noi» proseguì Pluff, rivolto al bassotto. «Vacanze insieme a quelli là, sempre insieme». 

«Io ricordo anche certe estati torride passate in città» precisò Miou «e, credetemi, nessuno più di un persiano può confermare la tortura che è stata… Ma devo ammetterlo: mai un giorno da soli. Caro mio, sei arrivato al momento sbagliato». 

Sentirono la chiave girare nella serratura. 

«Salve ragazzi, ehilà, che festa!». Il ragazzo si sfilò il guanto di lana e si chinò sul cane scodinzolante per mettergli il guinzaglio. «E voi, come ve la cavate? Bene, vedo» disse rivolto agli altri due, che lo guardavano di sottecchi. 

Arthur lanciò uno sguardo di trionfo in direzione dei gatti, che presero a leccarsi le zampe, con cura, ostentando indifferenza.

Quando il ragazzo fu uscito, Pluff esternò alcune considerazioni filosofiche:

«Poveretti, hanno sempre bisogno degli altri, per uscire, per mangiare… sono totalmente dipendenti da quelli». 

«Beh, anche noi ci nutriamo, o no?». 

«Sì, ma è sufficiente ci mettano il cibo nella ciotola, e quelli sanno che non ci abbuffiamo, che ci regoliamo da soli. Loro invece tanto vedono e tanto mangiano, così vomitano e…». 

«Risparmiami i particolari» disse Miou. Poi proseguì, aveva voglia di confidenze: «Ma, tornando a quelli, ti ricordi quando ci hanno portati qui?». 

«Sì, era Natale, siamo stati un regalo».

«Da chi a chi?». 

«Tu sei il regalo da lei a lui e io da lui a lei». 

«Io ricordavo il contrario». 

«Stavamo sempre sul divano, tutti e quattro, a guardare la televisione». 

«Già, è vero… c’era quel telefilm tedesco, con l’ispettore Derrick. E ce n’era anche un altro, con quel mostro, Rex, un incubo».

Pluff non colse il particolare e proseguì, lirico. Era in vena di ricordi. Anche un po’ amari.

«Sì, ci grattavano fra le orecchie, a me piaceva molto, poi ci accarezzavano la coda e dicevano ma che bei mici ma che bei mici, però a un certo punto si mettevano a parlare più piano, fra loro, e ridevano, ridevano, e a poco a poco si prendevano tutto lo spazio». 

«E poi, quando ormai noi eravamo due sogliole, loro sparivano di là, e certe volte non comparivano che dopo molte ore».

«Così saltavamo la cena». 

«Preferisci adesso, con un Marcello avventizio che pensa solo ad Arthur?». 

«Perché Arthur è un ruffiano». 

«No, perché Arthur non esce da solo, non mangia da solo. Te l’ho detto, è un poveretto».

«Intanto lui esce e noi no, lui incontra gente e noi no» disse Pluff.

A quel punto qualcosa attirò la sua attenzione. 

«La terrazza è aperta. Guarda: Marcello ha lasciato una fessura».

La zampa di Pluff s’introdusse fra le ante. Uscirono sul balcone.

«Un po’ di fresco, un po’ di gente, un po’ di luce».

«La movida di noi gatti» disse Miou.

La palla di carta rimbalzò contro lo spigolo del cestino, poi cadde sul pavimento, accanto ad altre due delle stessa dimensione. Lei non ci fece caso e si rimise al lavoro. Testarda. 

Non così, ripeteva fra sé mentre cercava con ansia le parole, così non va. Banale. Come ho fatto a pensare una cosa simile? E quelle che ho appena scritto? Penose! Rabbrividì all’idea. Lui, ricevere una cosa del genere, LUI che ne avrà ricevute di lettere, nella sua vita, che sarà stato assediato da proposte in tutte le forme, lui l’inarrivabile, il bello ma neanche troppo bello – non sarebbe perfetto fosse bellissimo, la perfezione esteriore fa presagire chissà quali manchevolezze dentro. No, lui è bello quel tanto da lasciare intravedere ben altro. Basta lo sguardo, scusate se è poco, quello sguardo da marpione inconsapevole, ma no che se ne rende conto, e non ci puoi fare niente se ti cerca poi ti pianta poi ti cerca di nuovo, lui fa così perché è una sua esigenza, quella di calpestarti e poi riprenderti e farti diventare matta, però lui non lo sa: poverino, di cosa lo accuseresti? Per fortuna la sua esigenza non l’ho ancora sperimentata. Per fortuna. O per sfortuna? Cambiò rotta, riprese a scrivere, in fretta e male. Questa volta scelse la leggerezza. Lui doveva intuire un approccio tanto per fare, di una tipa annoiata che aveva altro per la testa, ma che voleva togliersi un capriccio. Dopo mezz’ora si alzò dal tavolino, si mise contro la finestra e alla luce invernale del mattino lesse:

Buongiorno Davide, 

sono Viviana, del secondo piano. Abito sotto il suo appartamento, ci siamo visti in ascensore, si ricorda? Anzi, se posso darle del tu, ti ricordi? E poi quella volta che mi sono presentata alle dieci di sera, mi scuso ancora adesso, perché ero rimasta senza cipolla.

Senza cipolla, ripeté disgustata, alzando la lettera e avvicinandola al vetro, come per riflettere meglio. Potevo scrivere niente di peggio? Una timida, goffa, sfigata che cerca una scusa qualsiasi. E per giunta priva di fantasia. Chissà le risate che si sarebbe fatto. Dove sta la leggerezza, qui? Ci vuole un esordio del genere: Ti scrivo ma non me ne frega niente, ti scrivo perché ho un mal di testa che passa solo scrivendo a quelli del piano di sopra, perché mi eccitano i rapporti epistolari fra coinquilini, perché non amo facebook. Ecco. Leggerezza, ci vuole. 

Allora:

Buongiorno Davide, 

sono Viviana, del secondo piano. No, non ci sono problemi col portinaio, che adesso fra l’altro è in ferie, né servono le firme per la raccolta differenziata. A quelle ci pensa la Rossi, che adesso è a sciare, come anche i Bernini, che non perdono un colpo e non risentono della crisi. Pettegola, vero? Bene, noi pettegole siamo anche intraprendenti e così, da brava pettegola intraprendente, ti chiedo se in questi giorni fra mille cose mie e mille cose tue ci si potrebbe vedere per un caffè…

Altro esame-finestra. Questa leggerezza non viene fuori, pensò disgustata di sé. E non viene fuori perché io sono pazza di lui, ammise con rabbia. Non verrà mai fuori. Scosse di nuovo la testa. E questa volta la finestra l’aprì. Il foglio appallottolato volò via leggero, poi s’impigliò a un albero e atterrò sul prato del giardino condominiale. Prima di chiudere la finestra, Viviana si augurò di cuore che il ragazzo che parlava al cellulare, proprio all’angolo della strada, non avesse notato quell’esempio di inciviltà provenire dalla sua finestra. 

Dopo un quarto d’ora era di nuovo seduta alla scrivania, decisa, la sedia ben sistemata, un bicchiere di tè e un pacchetto di sigarette sul tavolo. In una confusione forsennata di inchiostro e pensieri esternò la sua resa totale, che dopo faticosi preamboli proseguiva così:

… ormai non mi nascondo più, a cosa serve? Hai vinto, Davide, bello ma non troppo, sciupafemmine, come si diceva una volta. In questa lettera voglio rovesciare, come in un cassonetto, tutte ma proprio tutte le cose che penso di te: che sono quattro anni che ci vediamo, e tu mi saluti così, solo per educazione, sono quattro anni che, da stronzo quale sei, mi ignori apposta, scommetto che lo fai apposta, perché un po’ ti piaccio, vero? Non noti il mio spolverino color malva, i miei stivali da ranchero, le mi scarpe tacco venti, le mie extension, insomma, tutto quello che si può mostrare in un ascensore? Mi sono fatta un abbigliamento da ascensore, tre stipendi di roba da ascensore, che vuol dire né per la casa né per fuori. No, per l’ascensore, che risaltino con lo specchio dell’ascensore, che si notino alla distanza in cui si sta in ascensore. Ho studiato angolazioni, colori, riflessi, lo smalto in tinta con l’abito per l’attimo magico del premere il bottone. A che piano va? faccio io, e tu che mi precedi sempre e io col mio smalto malva in abbinamento allo spolverino malva abbasso le mani, come la bandiera dello sconfitto. Chiaro che se mi invitassi a ballare avrei un altro repertorio, per non parlare di una gita al mare. 

Concluse in fretta, poche parole scombinate e indifese. Non rilesse neppure. Si alzò di scatto, prese il foglio, lo stracciò. Guardò i pezzetti di carta sparsi sul pavimento. Sapeva che non sarebbe finita lì. La prossima lettera sarebbe giunta a destinazione, era solo questione di giorni. O di ore.

Il gioco gli riusciva soltanto quando stava sdraiato sul letto guardando il soffitto, le gambe incrociate. Proprio come era successo la prima volta. Era estate. Un’estate solitaria, senza vacanze. L’aria bianca, come impolverata, del pieno giorno. Pensieri sbiaditi dall’afa, senza costrutto. Fantasmi troppo accaldati per essere cattivi, ma ben presenti, come pallidi avvoltoi sulle spalle. Proprio in quel momento una voce lo aveva distolto dai suoi pensieri, chiamandolo. Era balzato sul letto, pieno di spavento. 

«Ciao, professore». 

La voce aveva parlato di nuovo. 

Giovanni si era alzato di scatto, precipitandosi nell’altra stanza, poi aveva perlustrato, cauto, la casa, aveva aperto piano le porte, le aveva richiuse dietro di sé e, ancora nella sua stanza, aveva chiesto a bassa voce, tremando: 

«Chi è?».

«Che spavento, professore!».

Si era rannicchiato sul letto, le mani tremanti sulla fronte. Poi si era alzato come una molla, diretto alla finestra: 

«Viene da fuori» diceva ridendo «che idiota, che idiota, viene da fuori».

«E invece sono qui. Siediti e guarda».

Lui era sospeso a mezz’aria, semisdraiato come su un triclinio, il gomito appoggiato al nulla. E sorrideva.

A quel punto il fantasma si era presentato.

«Sono Ulisse. Coraggio, siediti».

Ancora piuttosto frastornato, Giovanni gli aveva chiesto il motivo di quella comparsa, e se era solito manifestarsi sempre così a tutti quanti, appollaiato sul nulla, per spaventarli a morte.

«A dire la verità, non l’avevo mai fatto, prima».

«E dovevi cominciare proprio con me. Perché?».

«Non ho mai visto nessuno rendermi tanti omaggi. Ho voluto ricambiare».

«Ricambiare? E in che modo?».

L’ombra era parsa imbarazzata, come chi si sente in dovere di nascondere la propria superiorità. Di non offendere in alcun modo l’altro.

«Non sei tu a insegnare che Ulisse è l’uomo dalle mille risorse? Dall’Odissea alla Divina Commedia di Dante, mi sembra. Dante giusto?».

«Esatto, il sommo poeta, ma… lui non ti fa fare una gran figura, ti dà del presuntuoso. Omero sì che ti tratta bene, tu sei quello dotato delle risorse che gli altri non hanno. Magari dal punto di vista etico ci sarebbe qualcosa da dire: come la mettiamo, tanto per cominciare, con quel cavallo?».

«Mmh, etico? cos’è?».

«Lascia stare. Certo, la verità è che tu ottieni quello che vuoi, coi nemici e con le donne».

«E qui veniamo al punto. Le donne. Come mai non te ne va bene una? Ci sarà un motivo».

«Ascolta, eroe, che ci sia o no un motivo, non mi sembri la persona adatta a risolvere i miei problemi. Tu, che vieni da un altro mondo, dove le donne erano una questione ben diversa».

«Le donne sono sempre le stesse. Parliamone, su».

La sagoma virile contro il muro aveva preso a lisciarsi la barba. 

«Va bene, parliamone», aveva detto Giovanni, rassegnato.

Omaggi? Vero. L’Odissea. L’eroe del vento e del remo era il suo prediletto. Leggendo l’Odissea, Giovanni si trasfigurava come un poeta, e ogni anno quello era il tema che assegnava puntualmente ai suoi studenti. Poi la sera, di nascosto, si trasformava lui stesso in allievo e scriveva il proprio tema, senza pretese letterarie, solo per il gusto di sentire nelle orecchie il tonfo del remo e sulla pelle il calore del sole, e per rivivere, nella quiete della sua stanza, il mistero del mare azzurro e infido. 

 E quando Ulisse gli era apparso, quel giorno d’estate, la figura dell’eroe aveva assunto la forma più avvincente di una sfida. Ulisse il grande non solo gli offriva infinite emozioni, ma era lì per lui, e smanioso quanto lui di un confronto. 

Così erano andate le cose.

L’eroe aveva dunque scelto quel giorno d’inverno per ricomparirgli davanti, con le stesse modalità, mentre Giovanni, gli occhi fissi al muro, era preda di pensieri grigi come il cielo e di un’inquietudine senza tregua. 

Aveva esordito mettendo il dito nella piaga. 

«È proprio costante, il fantasma di quella Caterina. Instancabile. Non si può negare. Come se, per esistere, avesse bisogno di rinnovare in te il bisogno di lei».

Inutile sottrarsi all’acume di Odisseo. Giovanni si limitò ad annuire.

L’altro proseguì: 

«Fatti un bell’esame di coscienza. Anche tu hai le tue colpe».

«Quali, si può sapere?».

«Quelle di avere preteso da lei che fosse Penelope».

«Proprio tu me lo dici? Vuoi prendermi in giro?».

«Altri tempi. Adesso le donne non aspettano».

«Era solo questione di un anno, dopodiché avrei ottenuto il trasferimento».

«Un anno è lungo, a vent’anni».

«Ventinove. E poi dovevo pur seguire la mia strada, no? Non sono mica un re, io».

«Come sai, a fare il re ci sono molti obblighi di rango, e anche qualche guerra».

«Insomma, cosa vuoi che ti dica? La donna che sa aspettare… mi eccita».

La sagoma allungata contro il muro prese a sussultare dalle risate, proiettando luci tremanti.

«Sei un bel tipo. Ma l’hai più incontrata?».

«Una volta, alla stazione. Stava per salire sul treno. Era in compagnia di un uomo, non mi ha visto. È stato dopo qualche mese. Molto, molto svelta a dimenticarmi, come tutte».

«Adesso mi fai piangere».

«Ma, mutatis mutandis…».

«Che?».

«Cambiando i termini della questione, che cosa hai fatto tu per non farti dimenticare? E non dirmi più che erano altri tempi».

Ulisse tirò giù le gambe dal triclinio immaginario, e si mise seduto. Incrociò le braccia e guardò in basso, come per concentrarsi. 

«Si tratta di un affare serio» disse, «qui ci sono in gioco la tua personalità, le tue esperienze infantili, tutto il tuo vissuto, insomma. Per quanto mi riguarda, ricordo che Penelope mi ha sempre aspettato, anche quando io c’ero».

«Sarebbe a dire?».

«Che l’ho abituata ad aspettarmi, che non mi davo mai completamente a lei, che la lasciavo sempre un poco affamata di me».

«È un vecchio adagio, Ulisse, speravo in consigli più originali, dopo un esordio da psicanalista».

«Credimi, funziona».

«Anche oggi, nell’epoca del postfemminismo?».

«Anche adesso, certo».

«Sembri uscito da un bar».

«Da noi si facevano i banchetti. E durante i banchetti non si parlava d’altro».

«L’ultima volta eri più stimolante».

«Non tutti i giorni sono uguali».

«Tornerai?».

«Dopo le feste».

Giovanni chiuse gli occhi. Anche Ulisse, come tutti, gli dava appuntamento a dopo le feste. E stavolta non gli era nemmeno piaciuto. Cos’aveva da spartire con quello spaccone? Anche se era un re, anche se era un eroe. Insomma, per dirla tutta, uno che si vanta di aver resistito alle sirene non è per niente uomo. 

Sentì il bisogno di aprire la finestra, si appoggiò al davanzale freddo e guardò in basso. Da un giardino spoglio, poco distante, giungeva il rumore dei petardi fatti esplodere da alcuni ragazzini. 

Per la notte di capodanno aveva qualche invito anche lui: quello non si nega a nessuno. 

Come una sigaretta, o una laurea al giorno d’oggi, ammise.

Avrebbe detto di sì. Per far venire mattino.

Aprì l’armadio. Scelta difficile, fra abiti fuori moda, troppo eleganti, o sciatti. Per un invito dell’ultimo momento, di quelli fatti per tappare un buco, cosa ci si mette? Un abito che recita: ho accettato, fra un impegno e l’altro, sono di corsa, non ho neanche avuto il tempo di andare dal parrucchiere, di voi non m’importa come, d’altronde, a voi non importa di me. Dove trovare un vestito che parlasse così, ma senza gridarlo? No, un abito che dicesse per lei: io di inviti ne avevo tanti, ma ho scelto voi perché mi siete simpatici, voi così semplici, così alla mano, voi con i quali non mi pongo il problema di piacere o meno con i miei discorsi, con il mio umorismo che non fa ridere nessuno. Osservò con cura il tubino blu che aveva appena tolto dalla gruccia e si chiese se quel poco di stoffa colorata fosse in grado di caricarsi di tanta responsabilità espressiva. 

Staccò la segreteria del telefono, lasciò il cellulare spento. Non avrebbe mai saputo se qualcuno l’aveva chiamata. Non avrebbe mai saputo che nessuno l’aveva chiamata. 

Ma quella festa non significava niente per lei, e si augurava di cuore che non l’aspettassero nuovi incontri. La sua mente era sempre concentrata sulla lettera che doveva, proprio doveva, fargli avere a ogni costo. 

La prossima sarebbe stata la definitiva. Confidava nel suo stesso istinto, che non poteva sbagliare, qualunque cosa le avesse suggerito. E poi che sarà mai, risolveva, tutt’al più lui si farà due risate alle mie spalle. Come fosse il primo! concluse amaramente. E me le sono tutte volute io, proprio come questa lettera. Ma che cosa mi fa pensare possa essere interessato a me? Quali parole, gesti, atti, me lo fanno credere? Lo sguardo che gli ho catturato una volta, e che mi è sembrato incoraggiante, quando si è presentato a casa mia per la petizione della raccolta differenziata? Aveva i jeans grigio scuro, mi ricordo, e un maglione nero con lo scollo a V. Si capisce che va in palestra, anche se non ostenta nessun machismo, anzi, la sua caratteristica sembra proprio la gentilezza, almeno a prima vista. C’è qualcosa nei suoi occhi… e poi è così espressivo, e perfino un po’ buffo, quando esagera a spiegare le cose e gesticola con le mani.  

Basta. Si compia il mio destino, disse a voce alta. O la va o la spacca. 

Sedette alla scrivania, prese in mano la prima penna che trovò. Era rossa. E vada per il rosso. Scrisse.

Si sentiva come chi è in guerra e ha compiuto una missione che doveva compiere. Era come svuotata, senza pensieri, pronta a tutto. Eppure l’ansia la spinse a interrogarsi ancora sul suo gesto e sulle conseguenze immediate. Davide era in casa? Quante probabilità aveva che lui scendesse subito a prendere la posta?

Stringendosi nelle spalle per il freddo uscì dal portone con la lettera in tasca, e guardò in alto: il suo balcone era il più triste di tutti, commentò fra sé confrontandolo rapidamente con gli altri terrazzi, che mostravano, se non addobbi, tracce di vita domestica. Un vaso vuoto, una scopa. Da lui, invece, vuoto. Silenzio, la tapparella abbassata. 

È quella del soggiorno, disse fra sé, non dev’esserci nessuno. Lui è di quelli che non rimangono in città a fine anno. È di quelli che viaggiano, lui. Lo vide sfrecciare sulla neve, lo vide salire su un aereo diretto chissà dove. E non osava pensare altro.

Rientrò, piena di freddo. Infilò la lettera nella buchetta. Senza busta. Poi, rilassata, riprese le scale. Si sentiva stordita. Per nulla convinta, ma come drogata, obbediva a un ordine superiore, che le diceva di andare avanti come fanno i sonnambuli, o i soldati durante gli assalti. In amore come in guerra, ripeteva fra sé. 

Dall’altra parte della strada, dall’angolo dove si era di nuovo appostato dopo una breve pausa, Loris si chiese se ci fosse mai una relazione fra quella comparsa intirizzita e la bomba di carta scagliata dalla finestra del secondo piano, che ora giaceva mogia fra l’erba del giardino. La raccolse. L’avrebbe letta più tardi. Aveva altro da fare.

Anna si trovò nella stanza semioscura. 

Non osava accendere la luce. Distingueva il divano, e la scrivania, e i quadri alle pareti, e le tende dai colori alterati. Come quando si rientra dalle vacanze e tutto sembra in attesa di un cenno per rimettersi in moto. Quegli oggetti silenziosi, immobili, le davano un’impressione di fedeltà assoluta. Aspettavano il suo via per riprendere a vivere e, questa volta, per dirle qualcosa. Sembrava davvero volessero parlarle, a modo loro. Non capiva se le fossero favorevoli o se si stessero beffando di lei. Di scatto aprì la finestra, fece entrare l’aria gelida, rabbrividì, la richiuse. Poi, le mani appoggiate sulla scrivania di fronte alla porta, gli occhi rivolti alla stanza che le stava di fronte, disse: Giorgio, sono qui. Tu lo sapevi che sarei entrata. E so che non vedi l’ora di rivelarmi i tuoi enigmi. Bene, eccomi.

C’erano ansia, in lei, rassegnazione e rancore verso quell’uomo che stava per rovesciare i giochi.   

La lettera giaceva sulla scrivania, proprio nel mezzo, affiancata da due portacarte che ne segnalavano la presenza. Impossibile non vederla. La prese in mano. Era breve, scritta con una grafia elegante e composta. 

Anna, 

la mia Annina che non sa resistere alle tentazioni, mi sei piaciuta subito per questo, sai? Perché eri ingenua, solare, anche nei tuoi lunghi momenti di crisi (tesoro, quanto ti sono stato vicino)… 

Ebbe un moto di rabbia: vicino? Quella clinica sui colli, e lui che faceva brevi apparizioni una volta alla settimana e parlava praticamente solo coi medici, che scuotevano la testa dicendo: è presto, la dobbiamo tenere in osservazione ancora qualche settimana. 

… ricordi il cd del Don Giovanni che ti ho portato quel giorno, per ricordare la serata alla Scala? Ci siamo stati, ricordi? Sapevo che la musica ti faceva compagnia.

Lei faceva finta di ricordare, allora. Lo ringraziava. Ringraziava sempre, quand’era alla Villa. La chiamava così, suo marito, La Villa, per rendergliela familiare. Lei specificava: Villa Zambrini, ma lui non ci faceva caso e scherzava, chissà che una volta non ti raggiunga anch’io. Questo lavoro mi sta spappolando il cervello, sai? Dunque io sono già spappolata, concludeva lei, ma non diceva niente.

La lettera proseguiva: 

Ero certo saresti entrata. E dato che ti piace giocare, questo non è che l’inizio di un gioco. Devi essere forte, amore mio, perché non si tratta di un gioco qualunque.

Voltò pagina con le mani tremanti. Il timore che suo marito le aveva ispirato, a pelle, anche nei momenti migliori della loro storia, trovava ora la sua piena giustificazione nei fatti. Un senso di pericolo, indefinito, insinuante, si fece strada in lei. Perché intuiva, seppur vagamente, il motivo di quel pericolo. 

La seconda facciata conteneva alcune frasi brevi. Avvertì che il suo destino era concentrato in quelle parole. Come quando ti viene annunciata una disgrazia, e la tua vita da quel momento si divide in prima e dopo. 

C’è un angolo, in questa stanza, che ci è, meglio ancora, ci era molto caro. Un luogo legato al momento magico in cui qualcosa all’improvviso è cambiato fra noi, e ci siamo parlati in modo diverso, l’istante a partire dal quale la bella vacanza, come la chiamavamo noi, è diventata una promessa. Una promessa che solo io ho mantenuto. Tu sai il perché di queste mie parole, ma ti consiglio di rinfrescarti la memoria. L’angolo qui dentro. Vacci, mia cara, vacci. Ora.

Sotto la finestra, nel punto in cui il muro formava una nicchia, c’era un divanetto a due posti ricoperto di un tessuto allegro, di chintz. Ai lati, due cuscini contro il legno dei braccioli. La scena le balenò in fretta, il ricordo l’assalì con rabbia, mentre le mani si affannavano a tastare l’imbottitura. Alla fine sedette, esasperata, la testa rovesciata all’indietro, la mano sul cuscino di destra che, scostato, le restituì un sacchetto di velluto rosso scuro. Col cuore in gola svolse il nodino di seta e si ritrovò in mano due orecchini di perla. Il regalo risaliva a due mesi prima. Li aveva indossati fin da subito, senza ostentazione ma con simulata naturalezza, con tutto l’imbarazzo che sentiva trasparire da ogni gesto, dall’intonazione della voce, dall’espressione del viso. Mi sono tolta un capriccio, aveva detto,semplicemente, al marito. Sergio ci aveva messo tanta insistenza e tanto amore per convincerla ad accettare quel regalo. Non è giusto che ogni volta che ci lasciamo tu non abbia nulla di me, le aveva sussurrato l’amante, e lei aveva accettato quel dono per non offenderlo, per gratitudine. Un’idea così ardita, un regalo prezioso, da parte di un uomo tanto diverso da suo marito! Un uomo sincero, pronto a rischiare, ad amare senza riserve, senza mai tirarsi indietro, che l’amava per quello che era: una donna fragile, ma anche sensibile e generosa. Nel capovolgimento di valori che l’aveva stravolta, si chiedeva se suo marito, in circostanze simili, avrebbe osato tanto per lei. Poi si accorse che stava delirando. 

Gli orecchini non erano i soli ospiti del sacchetto. Un altro bigliettino indicava ulteriori tracce del percorso infernale:

Non me lo sarei mai aspettato da te, Anna. Quanto mi hai creduto stupido con quella storia delle perle. Tu non avresti mai acquistato per conto tuo gioielli di tanto valore. Una donna come te i gioielli li riceve, non li acquista. È quello che, chiaramente, mi ha insospettito. 

La prossima tappa mi ha rivelato quanto sia sprovveduto e audace il mio sostituto, un uomo che ti trova sexy, niente da dire. Chi non trova sexy la propria amante, per i primi tre mesi? Una conferma la troverai sotto il tappeto di fronte alla finestra, teatro delle nostre prime cavalcate, anche se è inutile, ora, tirare in ballo ricordi che sono quanto rami secchi per te, buoni solo da bruciare l’ultima notte dell’anno.

Non sentiva più il cuore, né la testa, avvolta in una nebbia fredda che la obnubilava. Senza respiro si avvicinò al tappeto, lo sollevò. Proprio sotto il bordo, le sue dita percepirono la stoffa tenera, soffice. Le mani sfilarono il babydoll color champagne, trasparente, bellissimo. Lo posò per terra. Le spalline fragili, il corpetto morbido, pareva una bestiolina indifesa, scovata nella sua tana, così com’era indifesa la sua storia, scoperta, svilita, umiliata. 

Perché mi fai questo, Giorgio? 

Potevi parlarmi, e forse ti avrei chiesto scusa. Lo sai perché l’ho fatto, lo sai quello che tu hai fatto a me. Guardava e riguardava l’oggetto, e mai si era sentita piena di rabbia come per quel gesto che era una bomba, su di lei, su di lui, sull’altro. Un’esplosione dalla quale non sarebbero emersi che feriti, ciechi, brancolanti. E perdenti. Tutti e tre. 

La lettera successiva annunciava l’ultima sorpresa. Conteneva l’indicazione precisa per raggiungere il terzo luogo, senza commenti. Anna non ricordava altri omaggi da parte di Sergio. Quando si chinò per toccare l’ultimo scaffale della libreria, in basso, la nausea le impedì di leggere i titoli dei volumi. Fece uno sforzo e si mise a osservare i libri allineati: fra questi ce n’era uno che sporgeva dallo scaffale, invitante, maligno. Lo prese in mano. Il rosso e il nero. Una busta, infilata nel libro, recava all’interno altre due piccole buste, contrassegnate diligentemente dai numeri uno e due. Si prestò al gioco, augurandosi con tutta l’anima che quel martirio finisse al più presto. 

Arthur si diresse verso la sua poltrona preferita e vi si accucciò, il muso fra le zampe, chiudendo gli occhi.

«Eh no, non vale» Miou si avvicinò alla poltrona, seguita da Pluff. Lo cinsero d’assedio.

«Adesso ci racconti» disse la gatta.

Il cane aprì un occhio, rassegnato.

«Da dove volete che cominci?».

«Da quello che hai visto».

«Ma tanto sono cose che a voi non dicono niente. Non siete mai stati fuori di qui».

«Tu scherzi, vero? I primi tempi, d’inverno, andavamo addirittura a sciare».

«A sciare? Non fatemi ridere!».

«Miou voleva dire che quelli affittavano una baita dove facevamo tutti insieme la settimana bianca» aggiunse Pluff. «E quando loro erano in vacanza si stava benissimo, perché non correvano mai qua e là come matti e poi parlavano, parlavano sempre. Chissà se sono andati in montagna anche quest’anno».

«Io li ho sentiti parlare di un posto con un nome strano, dove fa caldo. Anzi, alla fine hanno deciso di andare in due posti diversi. Perché non gliene basta uno solo?».

«Che ingenuo che sei» disse Miou, «dobbiamo proprio spiegarti tutto? È chiaro che quelli  stavolta non sono insieme».

«Ognuno per conto suo?» chiese il bassotto, incredulo. 

«Sì» disse Pluff «e non è detto che al ritorno perdano il vizio di starsene separati.

«E noi?» chiese Miou con un tono preoccupato, perdendo tutto l’à plomb.

«Non interroghiamoci sul futuro. A ogni giorno il suo affanno» suggerì biblico Pluff, e riprese a ricordare: «In quel posto c’era neve dappertutto e, diciamocelo, dava un po’ fastidio alle zampe. La casa aveva una terrazza grandissima: quando quelli non c’erano, noi stavamo all’aperto a prendere il sole, e da là… saltavamo giù con un balzo per andare a esplorare il bosco e poi, appena sentivamo il rumore della macchina sulla ghiaia, ovunque fossimo ci precipitavamo a casa, e con un altro balzo eravamo di nuovo in terrazza, immobili come gatti di porcellana, gli occhi chiusi verso il sole. Proprio come loro immaginano sia un gatto felice».

«Non vi vedo così male, ragazzi, datevi una calmata. Non siete usciti anche oggi sul balcone?» disse Arthur. «Vi ho visti da sotto, e ho abbaiato per chiamarvi, ma evidentemente siete sordi. Ho abbaiato tanto che Marcello mi ha sgridato, e ho fatto voltare anche due signore per la strada, che si sono messe a guardare in su, verso la nostra finestra».

«Evidentemente stavamo chiacchierando» disse Pluff, che non ci teneva a passare per sordo «ma, tornando a noi, cos’hai visto per la strada? gente? negozi aperti?».

«… e saldi sulla roba per gatti? croccantini, snack, cucce colorate, tiragraffi?» chiese Miou.

Ma il cane pareva avere esaurito tutta la sua energia e non dava più udienza. I gatti si scambiarono un cenno d’intesa, e poi si avviarono verso il balcone.

La prima lettera, sigillata in una busta bianca, conteneva poche parole conclusive: 

Il viaggio è terminato, mia cara Anna. La lettera che segue ti racconterà il finale di questa storia, un finale imprevisto, per te, come lo è stato per me qualche tempo fa. Buona fortuna. 

Giorgio

Trattenendo il respiro, prese in mano la seconda busta, sottile, di colore giallo chiaro. Occorreva un tagliacarte per aprirla senza strappare il foglio. Patteggiò con l’ansia e si mise a cercarlo per tutto lo studio, correndo da una scrivania all’altra, come una furia. Non poteva perdere neppure una sillaba di quel messaggio. Erano parole di addio, certamente. Aveva perduto suo marito, lo aveva perduto una volta per tutte. Mentre le gambe correvano qua e là, le mani aprivano cassetti e spostavano libri cercando il tagliacarte, la sua mente correva al futuro, si vedeva sbattuta fuori da quella casa, era tutto finito, finito per niente. Ammise con se stessa che aveva scherzato col fuoco, e ne era rimasta ustionata. Sergio era entrato nella sua vita perché lei lo aveva cercato, perché era stanca di aspettare un uomo che non c’era mai, neppure quando c’era. 

La ricerca durò un minuto infinito di pensieri insopportabili. Infine lo trovò sul tavolo, a portata di mano. Tagliò la busta, che conteneva una lettera piegata in due. La scrittura non era quella di Giorgio. Lesse:

Anna mia, 

ho imbucato questa lettera nella cassetta il giorno stesso in cui tuo marito è partito. Giorni preziosi, per noi due: ecco perché forse ti sei stupita che non ti abbia ancora telefonato per vederci. Sapevi comunque che proprio in questi giorni, purtroppo, avrei avuto impegni di famiglia e per questo non ti sarai agitata, spero. L’anno sta finendo, è tempo di fare bilanci, tirare le somme. C’è chi fa progetti e ne trae soddisfazione. Io non ne faccio mai perché tanto so che non li realizzo. Un po’ com’è successo a noi due. Un sogno. Che non si è ancora realizzato.

Anna aggrottò le sopracciglia. Strinse il foglio con tutte e due le mani, come per fermare le parole esattamente a quel punto. Non doveva proseguire. Non doveva. Si sentiva sull’orlo di un pozzo. 

Anna mia, la penna mi brucia fra le dita mentre scrivo queste parole, che mi feriscono come so che feriranno te. Ti giuro, amore, che non ho mai dubitato un istante dei miei sentimenti, né dei tuoi, né ho mai pensato che ostacoli insormontabili avrebbero impedito alla nostra storia di andare avanti. Ora però mi rendo conto che questi ostacoli sono effettivi e ineludibili. E che dobbiamo guardare la realtà. Io non posso offrirti che attesa, e tu non meriti di attendere ancora. La distanza, il mio lavoro, la vita che non puoi certo abbandonare per seguire me. E tu, tesoro: io lo sento che tu non sei pronta. Sento che forse lo ami ancora, e che lui sarebbe sempre un fantasma fra noi, un fantasma tiranno che salta fuori quando gli pare per strapazzarci. Non arrabbiarti con me, se non so aspettare che il fantasma si dilegui. Io non ho fiducia nell’attesa, non ci credo che col tempo ci sbarazzeremmo del passato. Preferisco allontanarmi, prima di tutto.

Non volermene se non ti chiedo di vederci per l’ultima volta. Servirebbe soltanto a farci del male. 

Questa busta gialla contiene parole di gelosia, ho scelto appositamente quel colore: se me ne vado è perché ti amo troppo per sopportare la tua assenza. Perché chiederti di seguirmi vorrebbe dire importi un distacco che tu, conoscendoti, vivresti solo a metà. 

Ti amo. 

Sergio

Prese a camminare per la stanza, lenta, col foglio in mano, gli occhi asciutti. Guardava le cose intorno come se non le appartenessero più. In un colpo solo e di punto in bianco, due uomini si erano sbarazzati di lei. Era del tutto illogico, paradossale, li aveva perduti entrambi, aveva perduto tutto, non sapeva chi e cosa rimpiangere. Sentiva voci ostili che non le davano tregua. Il suo dolore disperato e lacerante non aveva nemmeno la consolazione della dignità, del decoro che spetta alle vedove, alle donne fedeli e abbandonate. Il suo era un dolore destinato a rimanere nascosto, una pena che sarebbe parsa ridicola anche a chi la conosceva bene e l’amava. Avrebbe voluto piangere un lutto, e uno soltanto, strappandosi i capelli, gridando la sua angoscia. E invece era piena di vergogna. Nessuna pietà per una puttana che ha voluto tutto, avidamente, e che la vita ha trattato come meritava. Non c’è maggior tragedia del dolore che suscita ilarità e disprezzo. Per chi piangi? chiedeva un coro di voci insolenti. Si domandò chi dei due avrebbe buttato dalla torre, e non seppe darsi una risposta. Due serpenti l’avevano avvolta nelle loro spire, per poi stritolarla senza pietà. E i serpenti, da quella vicenda, ne uscivano integri. Un marito tradito che giustamente ti abbandona, un amante generoso che ti restituisce al marito. Due uomini irreprensibili, meritevoli di rispetto agli occhi di chiunque, soprattutto di se stessi. Purché non si guardassero dentro. Ma chi di loro si era mai guardato dentro? Chi aveva spalancato l’anima perché lei vi potesse accedere come da una porta aperta? Giorgio, no di certo. Quante volte l’aveva atteso, suo marito, quante volte aveva aspettato che tornasse non solo dall’estero, ma da quel suo mondo, dove non c’era posto per lei?

31 dicembre, pomeriggio

Loris si rese conto che c’era in lui uno spirito indipendente che non andava messo da parte. Non per nulla, fino a poco tempo prima era stato titolare di una piccola azienda. Non fosse stato per la crisi. Col socio nessun problema, tranne per quella tendenza a fare sempre a modo suo, senza consultarlo sugli acquisti o sugli investimenti. Bruno s’incazzava puntualmente. Che fine avrà fatto? si chiedeva. Ma si rendeva conto che, da quando era sparito dal mondo normale, gli era difficile riprendere i contatti con amici e conoscenti. Quel mondo, però, lo stava richiamando a sé, lo sentiva. Una parentesi, è solo una parentesi, poi mi rimetto in carreggiata. Se non mi fregano prima… Non devo sbagliare una mossa, come dice il boss.

Ma del boss ne aveva già pieni coglioni. Devo levarmelo dai piedi, pensava aggiustandosi il bavero. Faceva un freddo bastardo. 

Alzò gli occhi. Nella palazzina la maggior parte delle finestre aveva le tapparelle abbassate fino a metà. Fu allora che gli cadde lo sguardo su un balcone con la portafinestra semichiusa. Dalla fessura spuntò in basso un gatto bianco, seguito da uno grigio. I due si muovevano cautamente, poi allungarono i musi piatti oltre le sbarre cesellate del terrazzo. Sembravano annusare l’aria fredda, con curiosità. Si misero a sedere fissando un punto in basso, gli sguardi immobili. Una folata di vento spalancò del tutto la porta e Loris si mise a osservare con attenzione i vetri aperti. Nonostante il freddo che per forza entrava nella stanza, nessuno veniva a chiuderli. Gli animali erano dunque soli in casa.

Era il momento. 

Si guardò intorno, osservò i campanelli, fece scattare rapidamente la serratura del portone e si trovò nell’atrio. Prese le scale. 

Gli piaceva quell’albergo sul lago. Faceva sempre una sosta lì, quando tornava dalla Francia. La giornata di fine anno era limpida, e l’acqua del lago aveva il colore grigio ferro dell’inverno. Lungo la passeggiata si affrettavano coppie, ragazzi, anziani a braccetto. Senza più la frenesia del Natale, senza pacchetti. La pescheria dall’altra parte della strada, però, era piena di gente: mancavano poche ore al cenone. Prese il cellulare e digitò il numero in memoria. 

«Sono Giorgio» disse.

«Ti ha chiamato?».

«No».

«Questo significa che non ce l’ha fatta».

«Era previsto, che avrebbe aperto la porta».

«Quando tornerai a casa?».

«Domani, a meno che non mi chiamino prima per comunicarmi la disgrazia».

«Ne hai di fantasia, tu».

«Lo sai, è stata lei a suggerirmelo, certo senza parlare apertamente, non era il suo forte. Ma quante volte, piangendo, ha minacciato di tradirmi… Io, allora, la blandivo, e lei sembrava voler rinunciare alla vendetta. Quando sei entrato in gioco tu, eh sì, la tentazione è stata troppo forte».

«Confesso che mi sono divertito. E poi, lasciatelo dire, tua moglie è molto diversa da quello che sembra».

«… cioè?».

«Apparentemente è una donna timida, è vero. Quando si lascia andare, invece, diventa estrosa e trasgressiva».

«Trasgressiva?».

«Ma sì, dai, non farmi scendere nei particolari».

Giorgio si accese una sigaretta. Era nervoso. Cosa poteva pretendere, dopo quello che gli aveva proposto? Sergio era stato al gioco, e il gioco prevedeva tutto questo. L’aveva fatta innamorare, le aveva offerto dei regali, tenendolo costantemente al corrente di quella relazione. Al resto aveva pensato lui: a scovare gli oggetti, a farglieli trovare con quella perfida caccia al tesoro, a scrivere infine la lettera di addio. 

Anna non era in grado di sopportare un doppio abbandono. Aveva più volte dato prova di un carattere debole, instabile. Soffriva di depressione. E ci aveva già provato. 

Tre anni prima l’aveva trovata nella vasca da bagno, i polsi sanguinanti. Per molto meno. Un delitto perfetto? No, la sua coscienza non gli avrebbe mai accordato tanto. Gli si addiceva, piuttosto, qualcosa di meno insopportabile e di più vile. Quella era la sua morale: nella vita come negli affari non si era mai sporcato le mani. Qualcun altro l’aveva sempre fatto per lui.

«Lo sai che può non funzionare» gli ricordò ancora Sergio, dopo una pausa.

«Sì, lo so. Lo so che Anna è imprevedibile, che può lasciarmi, scappare dai suoi. Lo so che può non suicidarsi. Abbiamo provato, no? e cosa ci abbiamo rimesso, in fondo?».

«Io senz’altro molto poco».

«Vaffanculo. Se Anna mi lascia il divorzio le costerà caro, e lei è ricca, molto ricca… Se invece torna da me, confusa, pentita, non mi sarà difficile fargliela pagare, viziandomi. Come sai, di vizi ne ho parecchi. Ho il coltello dalla parte del manico».

Allineò sul letto il tubino, le calze, la pochette. Poi accese una sigaretta. 

Io sono qua come una cretina a scegliere cosa mettermi stasera, mentre si sta consumando la mia tragedia. Sì, perché è un’autentica tragedia se mi sono esposta per niente, se ho fatto la figura della stupida, e con un vicino di casa per di più, va bene che non ci conosciamo, buongiorno e buonasera con tutti, voglio dire, non ha certo occasione per sputtanarmi, ma solo al pensiero… Non me la godo neanche, questa merda di serata, con l’angoscia che lui possa leggere la lettera. Quasi quasi la ritiro. Devo ritirarla. Non è difficile, basta una pinza.

 Corse in cucina, prese la cassetta degli attrezzi, estrasse l’arnese, lo guardò sconsolata. Questo non ci entra neanche a morire, pensò. Tornò in camera e si lasciò cadere sul letto, spiegazzando l’abito. 

Fu proprio allora che un grido, lungo, lacerante come un lamento attraversò la stanza. Viviana aprì la finestra e guardò in basso. Di nuovo un urlo, ma ora poteva sentire anche parole che imploravano aiuto. Di sotto, la strada era tranquilla. Chiuse la finestra e corse all’ingresso. Aprì la porta. L’urlo la investì, forte. Mentre usciva di corsa vide il ragazzo del cellulare affacciarsi sulla rampa. Per un attimo lo fissò perplessa. Loris fu svelto a trarsi d’impiccio. Le grida, che l’avevano distolto dal suo lavoro, gli diedero un motivo per confondere le acque.

«Mi pare che venga da sopra» disse alla sconosciuta, mentre si chiedeva che cazzo di scusa avrebbe trovato per giustificare la sua presenza, a quell’ora e in quella maledetta casa.

Viviana gli si avvicinò annuendo. Era uscita in pantofole, i capelli trattenuti da una molletta. Cominciò a salire le scale. Le gambe nervose, scalze, divoravano i gradini. Lui la seguì, ormai era in ballo. 

Arrivati all’ultimo piano, le urla strazianti erano divenute singhiozzi irrefrenabili. C’era un ragazzo affacciato alla finestra del mezzanino, dalla quale si poteva vedere la terrazza sul tetto. La mano sulla fronte, si agitava convulso in direzione del lastrico. Un uomo era ritto in piedi, sull’orlo del terrazzo. Guardava fisso in basso e non parlava. A un certo punto cominciò a vacillare.

«Fermati Davide, mi senti?» cominciò a gridare il ragazzo. «Davide, senti la mia voce? Sono Giacomo, per l’amor di Dio, torna indietro!». Si voltò verso due che lo guardavano ammutoliti: «Aiutatemi, vi prego, fate qualcosa, da qui non si accede al terrazzo, ci vogliono le chiavi».

Davide. Viviana guardò meglio. L’uomo che amava era lassù, e stava per buttarsi nel vuoto. 

Che cosa è successo, che cosa ti hanno fatto? sentì gridare nella sua testa.

Davide, bello forte impossibile, Davide il mito. Che cosa ti è successo, che cosa? ripeteva dentro di sé, angosciata. 

«Davide, ascoltami una buona volta» implorava intanto il ragazzo, sporgendosi dalla finestra. «Davide» supplicò ancora, a voce alta, altissima, «io ti amo, lo sai che ti amo, non fare lo stronzo, lo sai quanto ti amo, cosa ti ha preso, cazzo, scendi, ritorna qui, si aggiusta tutto». E ancora più forte: «Si aggiusta tutto, è stata una cazzata lo so è colpa mia ma per favore adesso basta non puoi…» abbassò la voce e lo sguardo «non puoi farmi morire, non puoi…».

Allora era vero. Viviana sedette sui gradini delle scale, la mano sulla fronte. Ma come ho potuto non accorgermene? si chiese. D’altro canto, considerò, non era così evidente. Confusa, pensava alla sua lettera inutile e sciocca. Loris la scosse prendendola per un braccio. 

«Le chiavi, servono le chiavi per andare su».

«Le ha il portiere».

«Il portiere, certo» disse Loris, «andiamo».

Lei fece l’atto di seguirlo, ma lui le diede la precedenza. Scesero veloci le scale fino al pianterreno. Loris ebbe un attimo di smarrimento, poi lei indicò una porticina accanto all’ascensore. 

«Di qua». 

Aveva indossato gli orecchini e si stava guardando allo specchio. 

La luce dei faretti faceva scintillare le gemme. Il suo stesso volto le pareva stranamente radioso, di una luce chiara che dava corpo e bellezza alla disperazione. Gli opposti che si attraggono, pensò, sembro quasi bella, luminosa, eppure sono qui, nel momento più buio della mia vita. Osservava se stessa come fosse una foto ricordo, mentre pensieri annebbiati le avviluppavano la mente. Le sembrava lontano anche il dolore, adesso, solo nebbia, una nebbia piena di spiriti. E nella nebbia il tagliacarte sembrava danzare, sospeso, invitante, sottile. Ancora un attimo per ammirare la propria immagine. Sono bella, ripeteva, e mi ricorderanno bella. 

Si accorse di quel grido solo quando lo specchio rifletté la sua bocca aperta, l’espressione sconvolta. Si allontanò dalla stanza, accompagnata dall’urlo penetrante. 

Afferrò le chiavi e uscì. 

All’ultimo piano un ragazzo si stava sbracciando. Dalla finestra del pianerottolo Anna scorse la sagoma malferma di un uomo. Si sentì gelare.

«Come si chiama?» chiese al giovane.

«Si chiama Davide» Giacomo intanto si era sporto fuori. 

«Ascolta Davide, mi senti?».

«La sento, sì, sento Giacomo, vi sento tutti, ma non ascolto nessuno. Andate via!».

«Davide, per favore, tu e io non ci conosciamo, qui nessuno conosce nessuno, io sono Anna Mazzini, abito al piano di sotto».

«Si tolga dai piedi, e soprattutto dica a Giacomo di non chiamare nessuno, niente vigili del fuoco, niente di niente, andate via, sparite, se no mi butto!».

«Da quanto tempo è là?» chiese Anna al ragazzo.

«Non lo so. Sono andato a fare la doccia, quando sono uscito era sparito e ho visto la porta aperta. A quel punto ho capito. Me l’aveva detto, tempo fa: io mi ammazzo, non ce la faccio più».

«Avete litigato?».

«Sì, ma come tante altre volte. Ha scoperto che ho avuto una storia, una cazzata, gli ho chiesto di aspettarmi, che ero un po’ confuso…».

«E lui?».

«Lui ha detto che non aspetta più nessuno. Che è stanco di aspettare».

«È successo altre volte?».

«Solo una, ma sono tornato e gli ho chiesto scusa. Mi ha detto: la prossima volta non cercarmi».

«Le chiavi. Ci vogliono le chiavi del portiere per accedere alla terrazza» disse Anna. 

«Ci hanno già pensato due ragazzi, sono scesi a prenderle, ma com’è che non tornano?».

«Vado a vedere io» rispose Anna, e si affrettò giù per le scale.

Sul pianerottolo l’aria era gelida. Fuori, la sagoma di Davide ora pericolosamente immobile contro il cielo scuro. Giacomo sedette, sfinito, dando la schiena al vetro, gli occhi chiusi. 

Una sensazione strana lo colse d’improvviso. Aveva le mani bagnate e appiccicose. Aprì gli occhi.

«E tu che ci fai qui?» disse accarezzando il gatto bianco che gli leccava le dita. «Ah, ma siete in due» aggiunse, notando che un altro felino lo stava scrutando. «Da dove venite?».

«Una lunga storia» fecero i gatti rubandosi a vicenda pensieri che neppure nelle più trasgressive previsioni avrebbero potuto concepire. «Mentre eravamo in terrazza, intenti a guardar fuori, un tizio ha aperto la finestra del pianerottolo per saltare come un atleta sul balcone, stava per entrare in casa, dove se la sarebbe vista con Arthur, che tutto sommato è pur sempre un cane, beh, lasciamo perdere… ed eccoci muso a muso con quel malvivente, ma per fortuna c’è stato una specie di ululato, quel vigliacco è schizzato via da dove è venuto, e noi mica potevamo star lì a far niente, e allora via di corsa, viva la libertà!».

Suonarono a lungo. Nessuno veniva ad aprire. 

«Non sarà in ferie?» chiese Loris.

«No, l’ho visto stamattina» disse Viviana, «è qui, forse è uscito un momento».

«Qualcuno ha il suo cellulare?» domandò Anna, arrivata nel frattempo.

Loris fece il gesto di frugare invano nella tasca. Scosse la testa.

La storia dell’inquilino, sentì, aveva le ore contate. 

«Abita qui da molto, lei?» chiese Viviana, e gli porse la mano. «Piacere» disse.

«Piacere» fece eco Anna. «Sa com’è, nemmeno noi che abitiamo in questo condominio da un pezzo sappiamo uno dell’altro».

Loris strinse la mano a entrambe, mentre cercava nella testa una scusa per scappare al più presto. La fortuna era dalla sua: un tizio in accappatoio stava scendendo a precipizio la scale. 

«C’è quello del terzo piano lassù, in cima al terrazzo, che vuole buttarsi, ho sentito le urla di quell’altro, è stato lui a gridare, bisogna chiamare il portinaio, solo lui ha le chiavi».

«Lo sappiamo, veniamo da là».

«Non risponde» disse Loris, «sarà fuori».

«Bisogna aprire quella porta, bisogna, ci vorrebbe un professionista».

«Un ladro, sì, ci vorrebbe proprio quello» Loris si accese una sigaretta.

«Le sembra il momento per una sigaretta?» osservò Anna, perplessa.

Lui parve non sentirla. Continuava a fumare in silenzio.

Lo scossero in due per la giacca. 

«Che si fa, adesso?».

«Già, che si fa?» chiese l’uomo in accappatoio che, male allacciato per la fretta, lasciava intravedere le gambe niente male.

Loris gettò la sigaretta per terra. La spense con la scarpa, calmo, accuratamente. Incrociò le braccia e disse: 

«Se è davvero necessario, se è questione di vita o di morte, un ladro c’è. Proprio davanti a voi».

«Vuol dire che lei è un ladro?» chiese Giovanni.

«Ebbene sì».

«E che era venuto a svaligiare i nostri appartamenti?».

«In un centro senso, sì».

«E che magari, mentre siamo impegnati in opere di soccorso, in una delle nostre case mancano soldi, roba, oro e chissà cos’altro?».

Le due donne lo guardavano sbalordite.

«Non manca niente, nelle vostre case, signori» disse Loris, accennando a un inchino. «Avevo appena messo piede nell’appartamento dei gatti quando ho sentito gridare».

«Ecco cosa ci facevi per le scale, quando ti ho incontrato, che stronzo, vergogna!». Viviana era fuori di sé. «E ci sta prendendo tutti per i fondelli, vero? Scommetto che il giro delle case l’hai già fatto. Adesso chiamiamo la polizia» si rivolse a Giovanni che, imbarazzato, stava stringendo meglio il cordone dell’accappatoio. «Su, si sbrighi».

Furono raggiunti da altre grida provenienti dalle scale: 

«Oddio, NOOO, si butta, si butta, eccolo, ha fatto un passo avanti, si butta, fate qualcosa, bisogna aprire quella cazzo di porta, il portiere, dov’è il portiere?».

«Non ci rimane molto tempo» disse Loris, «non lo sprecherei per discutere la vostra diffidenza».

«Diffidenza? Ma lei è un ladro!».

«Ladro occasionale» corresse Loris.

«Invece, quale sarebbe il suo mestiere?» chiese fuori dai denti Viviana, spinta da una curiosità del tutto fuori luogo.

«Avevo un’azienda. Poi si sa, la crisi…».

«Non è una buona scusa per introdursi negli appartamenti» fece Giovanni.

«E nelle case della gente perbene» aggiunse Anna.

«Lei signora, è senz’altro perbene, non stento a crederlo». Ridendo, Loris le accarezzò gli orecchini. Anna rabbrividì.

«Non sono qui per rubare» assicurò Loris. «Non ora, almeno. Sentite, ho una proposta: vi procuro le chiavi, voi salite sulla terrazza, e intanto che convincete quell’incosciente a rimandare la sua dipartita io scompaio, contando sul vostro silenzio. Silenzio, mi capite?» e si portò l’indice alla bocca.

«Silenzio, d’accordo» disse Anna, incredula, tastandosi d’istinto i lobi delle orecchie.

«Si può fare» concesse Giovanni.

Viviana si chiedeva come sarebbe andata quella fuga protetta. Sarebbe bastato il loro silenzio a fargli da scudo? In fondo non aveva rubato niente, e magari non era nemmeno un ladro: ne dicono tante gli uomini, per sembrare interessanti. 

Loris prese dalla tasca una tessera, la infilò nella porta. 

«Facile, n’est pas?».

«Oh, sì» convennero i tre, non sapendo francamente se rallegrarsene o meno.

In un attimo furono all’interno della portineria.

Imbarazzati, tranne uno, cominciarono a esplorare la consolle dell’ingresso. Aprirono il cassetto. 

«Eccola!» Viviana esibì la chiave, trionfante.

Dal corridoio di fianco all’ingresso apparve un individuo scalzo, a torso nudo, che si reggeva i pantaloni sbottonati sulla pancia prominente. Rimase impietrito dinanzi alla scena. Metà degli inquilini, assieme a uno sconosciuto, lo stavano osservando, muti. 

«Lei… è in casa?» chiese Anna.

«Certo che sono in casa, in casa mia, ma voi cosa ci fate nel mio appartamento? Come siete entrati?». 

Una voce femminile lo interruppe. Veniva dalla camera da letto:

«Cicci, dove sei? Perché non torni di qua? Non vorrai farti un caffè proprio adesso, eh? Non sono mica tua moglie, io ho fretta, tanta fretta, Cicci».

Il portinaio si abbottonò alla meglio, per darsi un contegno.

«La cosa è lunga da spiegare, Cicci» disse Giovanni, andandogli incontro. «Ci serviva solo questa» aggiunse indicando la chiave, «e per un motivo molto, molto serio. Noi adesso ce ne andiamo da dove siamo venuti, e il resto glielo spiegheremo domani. Nessuna protesta, per favore, e… si fidi. Terremo la bocca chiusa, con sua moglie». 

«Ben detto» esclamò Anna, e toccandosi con noncuranza i lobi, non si sa mai, seguì Loris che usciva con gli altri, in fila indiana. 

«Ora comincia la vera impresa» li mise in guardia Giovanni, con aria esperta. «Avvicinarsi all’aspirante suicida può essere molto pericoloso». 

«Lo so» disse Loris, «per questo sono qui».

«Ma lei non doveva scappare, coperto dalla nostra indulgenza?» chiese Anna.

«Dopo. Fuggirò dopo, quando sarà tutto finito». Aggiunse: «Ho seguito un corso di psicologia, può servire anche quello».

In un baleno raggiunsero Giacomo, che prese la chiave al volo. Aprì la porticina. Lo videro scomparire sulla scala a chiocciola. Lo seguirono sulla terrazza.

I due parlottavano. Sembravano discutere animatamente. Poi silenzio. Videro Giacomo tendere la mano a Davide, e videro Davide che la ritraeva. 

«Non fare così».

«Lasciami stare!».

«Te l’ho detto, è stata una cazzata, non me la ricordo neanche più».

«Lo sai, non è solo per quello» disse Davide.

«Lo so che c’è dell’altro. E di questo voglio parlare, poi, se me lo permetti».

«Parlare, parlare. Cosa cambia?».

«La tua fiducia in me, per esempio».

«Sono stanco di aspettarti, Giacomo».

«Ma adesso io ci sono. E non vado più via».

Erano in piedi, uno di fronte all’altro, la faccia a terra come pieni di vergogna, ognuno per i suoi motivi. Immobili. Giacomo temeva le conseguenze di qualunque gesto.

«Adesso tocca a me» disse Loris.

«No, tocca a noi» si fecero avanti gli altri, insieme. Anna continuava a toccarsi alternativamente l’orecchio destro e quello sinistro. Giovanni pensava che il profilo di quella donna era dannatamente interessante, da entrambi i lati. Viviana pensava che la vita può fare a pezzi anche la gente più in gamba, ma che quello lì aveva avuto un gran fegato ad ammettere di essere un ladro. E Loris pensava che quella storia della psicologia era proprio una bella invenzione. Ma perché non era fuggito, una volta infilata la tessera nella porta? In quale guaio si stava cacciando? Forse la risposta erano quelle gambette scattanti che aveva incontrato per le scale?

Giacomo andò loro incontro. Piangeva:

«Ho fatto il possibile».

Davide aveva ripreso a guardare giù. Non si muoveva.

«Sono Viviana» disse piano la ragazza «non mi avvicino, se non vuoi».

«Non voglio».

«Non importa. Io non posso impedirti niente, ma desidero che tu sappia una cosa».

«Sarebbe?».

«Oggi ti ho scritto una lettera, anzi te ne ho scritte tante. Tutte d’amore. Non tutte, veramente, qualcuna di disprezzo, di antipatia, ma sì, tutte cose dell’amore. Perché io ti ho amato, ti ho amato per anni, e fino a pochi minuti fa vivevo per spiarti, cercando disperatamente il momento per parlare con te, non sapevo nulla della tua storia. In un condominio come questo ci si scambia a mala pena un saluto, siamo tutti estranei. Ora so che tu e io non saremo mai amanti, ma se vuoi capire fino in fondo quanto tu possa essere prezioso, ti prego, prendi la mia lettera e leggila, ormai non mi vergogno più di averla scritta». Non riusciva ad aggiungere altro. Si sentiva impotente. Un uomo stava per uccidersi e lei era stata capace solo di parlargli di sé. Aveva detto cose stupide, banali. Proprio come nella lettera. 

Vide avvicinarsi l’altra donna. Volentieri le cedette il posto.

Anna si avvicinò, con cautela. Sentì che era venuto il momento di riprovarci. 

«Sono Anna, quella di prima».

«Sì, quella con un marito antipatico».

«Cosa? Mmh… sì, proprio io».

Cominciò. Sentiva la propria voce rimbalzare contro il cielo sempre più scuro, fra i tetti neri. E parlava come non aveva mai parlato, gli orecchini tintinnavano nell’enfasi delle parole, e a un certo punto si accorse che non si rivolgeva più a lui ma a se stessa, e raccontava a se stessa, come davanti allo specchio, la propria storia. Senza pudore, come fosse la storia di tutti. E indicava una salvezza possibile per tutti. Intanto lo specchio le restituiva, imbrigliate, tutte le angosce e le beffe subite. Parlava, parlava, e la sua voce si faceva via via più leggera, e l’ansia sembrava placarsi. Si sentiva messaggera di una pace che le traboccava dall’anima.

Giovanni volle portare a compimento il miracolo iniziato da quella donna. Perché ormai aveva deciso che quella sarebbe stata la sua donna. In punta di piedi si avvicinò a Davide, gli circondò le spalle con il braccio. Sapeva che non si sarebbe più schermito, che non c’era alcun pericolo in quel gesto. Davide si voltò, e si rifugiò contro il suo petto. Giovanni fece segno a Giacomo e gli consegnò Davide.

Gli altri rimasero a guardarli, mentre si stringevano tra loro, immobili, muti.

Non si accorsero che la neve stava scendendo fitta, a larghe falde, e aveva già imbiancato i loro capelli, e i tetti, e tutte le cose intorno. 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Follow by Email
Facebook
Instagram