Feminist your readings – Quando una femminista prende una sbandata

Feminist your readings – Quando una femminista prende una sbandata

Tempo di lettura: 6 minuti

Conosciamo tutte Mary Wollstonecraft come la paladina dei diritti delle donne. Forte, ribelle, geniale: una vera signora del femminismo. Poche sanno, però, che quella facciata da impavida rivoluzionaria nascondeva una donna inquieta e vulnerabile. Tra il 1793 e il 1795, mentre Mary affrontava la prima gravidanza e diventava madre, scrisse al compagno Gilbert Imlay le settantasette lettere che costituiscono la raccolta Sono caduta nei giorni del male. Finora mai tradotte in italiano, rivelano una versione inedita dell’autrice della Rivendicazione dei diritti della donna, lontana anni luce dalla temeraria «hyena in petticoats» che tanto urtava gli intellettuali della sua epoca. Non sempre inappuntabile, non sempre risoluta, non sempre spavalda. Proprio come noi, le sue eredi.
Ecco, allora. La lettera che pubblichiamo oggi nel nostro blog mostra che, nonostante la corazza dura e le unghie affilate, anche la femminista più tosta, quando prende una sbandata, rischia di diventa zuccherosa come l’eroina bionda e languida di un Harmony.

Per saperne di più: https://www.liguana.it/Store/sono-caduta-nei-giorni-del-male

lunedì notte

Parigi, gen. 1794

Ho appena ricevuto la tua gentile e razionale lettera, e nasconderei volentieri la mia faccia, rossa di vergogna per la mia stupidaggine. La nasconderei nel tuo petto, se tu me lo aprissi nuovamente, e mi terrei ben stretta fino a quando tu non ordinassi al mio cuore sussultante di stare fermo, dicendo che mi hai perdonato. Con occhi traboccanti di lacrime e con l’atteggiamento più umile, ti supplico: non allontanarti da me, perché davvero ti amo appassionatamente, e sono stata infelicissima da quella notte in cui fui così crudelmente ferita dal pensiero che tu non avevi fiducia in me…

È ora che io diventi più ragionevole, altri ancora di questi capricci di sensibilità mi distruggerebbero. Sono stata, infatti, moltissimo indisposta nei giorni passati, e la consapevolezza che stavo tormentando, o forse uccidendo, una povera piccola creatura, per la quale ho iniziato a provare ansia e tenerezza, ora che la sento viva, mi faceva stare peggio. Le mie viscere sono state terribilmente scombussolate, e ogni cosa che mangiavo o bevevo non andava a genio al mio stomaco; sento ancora segni della presenza del bambino, anche se sono diventati più deboli.

Credi che la creatura vada regolarmente a dormire? Sono pronta a fare tante domande quante ne faceva l’uomo dai quaranta scudi di Voltaire. Ah! Non continuare ad essere arrabbiato con me! Ti accorgi che sto già sorridendo attraverso le mie lacrime… Tu hai illuminato il mio cuore, e il mio spirito congelato si sta sciogliendo nella giocosità.

Scrivi nel momento stesso in cui ricevi questa lettera. Conterò i minuti. Ma non lasciarti sfuggire neppure una parola di rabbia. Non potrei sopportarlo in questo momento. Tuttavia, se credi che io meriti un rimprovero (non lascia spazio al dubbio, lo concedo), aspetta fino a quando non sarai tornato… e allora, se un giorno sarai arrabbiato, quello seguente sarò sicura di vederti.

_ non ti ha scritto, suppongo, perché parlava di andare a Le Havre. Sentendo che ero malata, molto gentilmente mi ha fatto visita, non immaginando neppure per un momento che erano alcune parole che si era lasciato scappare incautamente a farmi stare male.

Dio ti benedica, amor mio; non sbarrare il tuo cuore ad un ritorno di tenerezza; e, mentre ora nell’immaginazione io mi stringo a te, sii più che mai il mio sostegno. Quando leggerai questa lettera, senti dentro di te lo stesso affetto che ho provato io nello scriverla, e farai felice la tua

Mary

Parigi, 30 dicembre 1794

Dovessi ricevere in un colpo solo tre o quattro delle lettere che ti ho scritto di recente, non pensare a Sir John Brute[i], perché non intendo prenderti in moglie. Colgo solo ogni occasione per far sì che una su tre delle mie epistole ti raggiunga, e per informarti che non condivido l’opinione di _, il quale parla fino a farmi arrabbiare del fatto che è necessario che tu rimanga ancora due o tre mesi. Non mi piace quest’esistenza di continua inquietudine… e, entre nous, sono decisa a provare a guadagnare io stessa un po’ di soldi qui, per convincerti che, se scegli di correre in giro per il mondo allo scopo di guadagnare una fortuna, lo fai per te stesso… perché io e la bambina vivremo senza il tuo aiuto, a meno che tu non stia con noi. Posso essere definita orgogliosa – sia pure – ma non abbandonerò mai certi principi d’azione.

La media degli uomini ha un modo di pensare talmente ignobile che, se essi corrompono i loro cuori e prostituiscono i loro corpi, seguendo forse la loro passione per il bere, suppongono che la moglie, o piuttosto la schiava, da loro mantenuta non abbia il diritto di lamentarsi, e debba ricevere il sultano, ogniqualvolta questo si degni di tornare, a braccia aperte, anche se è stato contaminato da una cinquantina di promiscui amours durante la sua assenza.

Considero la fedeltà e la costanza due cose diverse; tuttavia la prima è necessaria per dare vita alla seconda… e credo di dovere a me stessa un livello tale di rispetto che, se è solo l’onestà, che è una cosa buona di per sé, a riportarti qui, non tornare! Perché, se uno smarrimento del cuore, o persino un capriccio dell’immaginazione, ti trattiene, allora è la fine di tutte le mie speranze di felicità… Non potrei perdonare una cosa simile, nemmeno se volessi.

Sono caduta in uno stato d’animo malinconico, te ne accorgi. Tu conosci la mia opinione sugli uomini in generale; tu sai che li reputo sistematici tiranni, e che è la cosa più rara al mondo incontrare un uomo con una delicatezza di sentimenti sufficiente a dominare il desiderio. Quando sono così triste, rimpiango che il mio piccolo tesoro, per quanto teneramente io la ami, sia una femmina. Mi dispiace avere un legame con un mondo che per me è sempre disseminato di spine.

Tu dirai che questa è una lettera bisbetica, mentre, in realtà, è la prova d’amore più forte che posso darti, temere di perderti. _ si è sforzato così tanto di convincermi che tu devi a tutti i costi restare che mi ha straordinariamente depresso. Hai sempre conosciuto la mia opinione… Ho sempre dichiarato che due persone che intendono vivere insieme non dovrebbero stare lontane per troppo tempo. Se certe cose sono più necessarie a te che a me, vanne in cerca. Di’ solo una parola e non sentirai mai più parlare di me. Se non è così, per l’amor di Dio, lascia che combattiamo contro la povertà, contro qualsiasi male che non sia questa costante inquietudine legata agli affari, che mi era stato detto sarebbe durata solo pochi mesi, ma la cui fine ogni giorno appare più lontana! Questa è la prima lettera scritta in questo tono che ho deciso di spedirti; le altre sono rimaste qui perché non volevo tormentarti, e non ti scriverei ora, se non pensassi che non ci sarà fine ai progetti che esigono, mi è stato detto, la tua presenza.

Mary

Svezia, 3 luglio 1795

La tua ultima lettera era pervasa da una cupezza che ha lasciato un’impressione durevole sulla mia mente… anche se, ricordando con quale rapidità ti liberi dei violenti sentimenti del momento, mi lusingo che essa abbia già da tempo lasciato posto alla tua abituale allegria.

Credimi (e i miei occhi si riempiono di lacrime di tenerezza mentre te lo assicuro) non c’è alcuna privazione che non sopporterei piuttosto che disturbare la tua quiete. Se sono destinata a essere infelice, mi sforzerò di nascondere i miei dolori nel mio petto; e troverai sempre in me un’amica affettuosa e fedele.

Mi sto attaccando sempre di più alla mia ragazzina… e nutro questo affetto senza timore, perché dovrà passare molto tempo prima che possa trasformarsi in amarezza d’animo. È una creatura interessante. A bordo della nave, quanto spesso, mentre contemplavo il mare, ho desiderato seppellire il mio petto agitato nei meno agitati abissi; affermando come Bruto: «che la virtù che avevo seguito troppo lontano era solamente un vuoto nome!» e nulla se non la vista della bambina… i suoi sorrisi giocosi che sembravano stringersi e attorcigliarsi attorno al mio cuore… avrebbe potuto fermarmi.

Che bizzarra infelicità mi è capitata in sorte! Per agire in base ai miei principi, ho messo rigorosamente a freno i miei stessi pensieri… sì; per non insudiciare la delicatezza dei miei sentimenti, ho imbrigliato la mia immaginazione; e sono fuggita con spavento da qualsiasi sensazione (alludo a _) che, insinuandosi con balsamica dolcezza nella mia anima, mi aveva condotto a sentire da lontano il profumo della rifiorente natura.

Amico mio, ho pagato a caro prezzo un’unica convinzione. L’amore, per alcuni, è un affare che dipende dal sentimento e che sorge dalla stessa delicatezza di percezione (o gusto) che li rende sensibili alle bellezze della natura, alla poesia, etc., sensibili agli incanti di quelle grazie evanescenti che sono, per così dire, impalpabili… devono essere sentite, non si possono descrivere.

L’amore è un bisogno del mio cuore. Ho esaminato me stessa di recente con più attenzione di prima, e trovo che indebolire la mente non significa calmarla. Mirando alla tranquillità, ho quasi distrutto tutta l’energia della mia anima… quasi sradicato quello che la rende stimabile… Sì, ho smorzato quell’entusiasmo caratteriale che converte i materiali più grossolani in combustibile, che impercettibilmente nutre le speranze, che ha aspirazioni più elevate rispetto al comune piacere. La disperazione, fin dalla nascita della mia bambina, mi ha instupidito… l’anima e il corpo sembravano svanire al tocco raggelante della delusione.

Ora sto tentando di guarire… e tali sono l’elasticità della mia costituzione e la purezza dell’aria locale che la salute, pur non cercata, inizia a rianimare il mio volto.

Ho la stima più sincera e affetto per te… ma il desiderio di riacquistare la pace (mi comprendi?) mi ha fatto dimenticare il rispetto dovuto alle mie emozioni… sacre emozioni, che sono le sicure messaggere delle delizie per godere delle quali sono stata creata… e ne godrò, perché nulla può estinguere la scintilla divina.

Comunque, quando ci incontreremo di nuovo, non ti tormenterò, te lo prometto. Arrossisco quando ripenso alla mia precedente condotta… e in futuro non mi mescolerò con individui che sento essere a me inferiori. Darò ascolto alla sensibilità o all’orgoglio.


[i] Protagonista della commedia The Provoked Wife (1697) scritta da John Vanbrugh. L’opera rappresenta un matrimonio infelice, in cui la moglie viene spinta all’infedeltà dal carattere sgradevole del marito.

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