Feminist your readings – Judith Butler

Feminist your readings – Judith Butler

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Durante una conferenza all’Università di Santa Cruz, nel 1990, la studiosa Teresa de Lauretis, docente di Storia della coscienza, lancia l’espressione queer theory, prendendo in prestito il termine che, nell’uso gergale, indica gli omosessuali maschi. Accostando un sostantivo serio e accademico come «teoria» all’aggettivo «queer», che significa «strano», «curioso», «sospetto» e perfino «pazzo», ottiene una formula quantomeno bizzarra. 

Una teoria di ciò che è eccentrico? L’operazione sintattica e semantica funziona. Queer non è un’identità ma al limite un atteggiamento, una posizione strategica volutamente priva di contenuti determinati, che destruttura, imbarazza, destabilizza.

Anche Judith Butler insegna in California, all’Università di Berkeley. Con il primo libro, Gender Trouble, pubblicato nel 1990, diviene a pieno titolo una delle più illustri esponenti della queer theory. 

La prospettiva eterosessuale prevalente, sostiene Judith contraendo un debito con I poteri dell’orrore di Julia Kristeva, stabilisce con una certa arroganza ciò che è normale e addirittura ciò che è naturale, scartando in tal modo tutto quanto risulti difforme e innaturale, relegandolo nella sfera dell’abietto. Per esempio l’omosessualità, non rientrando nell’antitesi maschio/femmina prescritta culturalmente, finisce con il costituire un’alterità emarginata e tremenda. 

A questo punto della propria indagine filosofica, Judith propone una tematica letteralmente radicale: se il genere è costrutto fatto di codici comportamentali, culturali e discorsivi, perché non può esserlo anche il sesso? 

In Corpi che contano, pubblicato nel 1993, scrive che «la differenza sessuale è invocata spesso come un’emanazione delle differenze materiali», tuttavia «non è mai semplicemente il prodotto di differenze materiali che non siano in qualche modo contrassegnate da pratiche discorsive»3. L’autrice sostiene insomma che la materia corporea non costituisce quel limite ultimo del pensiero, per dirla con Françoise Héritier, che diamo per scontato e su cui facciamo tanto affidamento. Nemmeno il corpo sessuato è un dato irriducibile, ma una costruzione discorsiva. 

Avviene insomma una sorta di ribaltamento per cui il discorso, pensiero e linguaggio insieme, è limite ultimo della materia corporea. 

Il sesso «non è una condizione statica del corpo, ma di un processo per mezzo del quale il sesso si materializza attraverso la ripetizione forzata di norme regolative»: la regola viene riprodotta ancora e ancora, e infine naturalizzata. 

Il potere performativo del discorso produce tanto i corpi che contano quanto i corpi abietti. Semplicemente ciascuno assume o, perché no, contesta i ruoli indicati dal discorso. Judith suggerisce infatti di divertirsi con i limiti del sesso e del genere, reiterando le norme ma anche ritoccandole ironicamente dall’interno, senza mai immedesimarsi pienamente nel ruolo assegnato. Si tratta di un brillante stratagemma per il soggetto femminile, da sempre coinvolto in un linguaggio che gli impone modelli convenzionali non solo desolanti, ma anche piuttosto noiosi. 

Verso l’assemblamento di corpi balordi. Senza dubbio, diversi da quelli che contano. 

Per conoscere meglio Judith Butler e altre icone del femminismo, consulta la nostra Guida galattica per le femministe in erba, Feminist you.

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