Feminist your myth – Violette Leduc

Feminist your myth – Violette Leduc

Quella degli artisti il più delle volte è una vita disseminata di cuori spezzati e tragedie, o per lo meno così vuole la tradizione. Violette Leduc rispetta questa tradizione.

Figlia non voluta, vittima di una madre iperprotettiva e segnata sin dall’infanzia da una scarsissima autostima, si tormentava per la sua bruttezza riuscì comunque ad attirare l’attenzione su di sé per il talento che la contraddistingueva.

I suoi studi furono travagliati e burrascosi, interrotti dalla prima guerra mondiale. Una volta finito il conflitto bellico si rimise sui banchi di scuola, dove si innamorò ed ebbe una relazione con una sua compagna di classe, Thérèse, e un’altra donna, una sorvegliante del collegio dov’era stata mandata dalla madre. Thérèse e Denise il nome dei suoi amori, a cui si ispira per una delle sue più celebri opere, Thérèse e Isabelle: “Ci stringevamo ancora, volevamo farci inghiottire. Ci eravamo spogliate della famiglia, del mondo, del tempo, della ragionevolezza. Volevo che Isabelle, stretta al mio cuore spalancato ci entrasse dentro. L’ amore è un’invenzione che sfinisce. Isabelle, Thérèse, ripetevo per abituarmi alla magica semplicità dei due nomi.”

Innamorata delle donne e della stessa omosessualità, nel 1939 però, con lo scoppio della guerra, sposò il fotografo Jacques Mercier, amico di vecchia data. Il matrimonio fu da subito un fallimento, ma fu lui, prima di partire definitivamente per la Germania, a spronarla a scrivere L’asfissia, un romanzo che rievoca i ricordi del soffocante mondo di provincia.

Finita la guerra Violette vivrà l’evento che le cambierà la vita: l’incontro con Simone de Beauvoir al Cafè Flore, con il suo manoscritto stretto a se.

Se ne innamora, follemente, morbosamente, pazzamente e riversa ogni sua frustrazione e sogno nel libro L’Affamata del 1948. Simone de Beauvoir non ricambierà mai il suo amore, ma la incoraggerà e aiuterà insieme al marito Sartre a pubblicare altri suoi scritti.

Violette, solo verso la fine dei suoi giorni riceverà un riconoscimento per il suo coraggio, trasposto nella sua scrittura. Lodata dalla critica riceverà anche il giusto compenso economico che la porterà via dalla sua eterna condizione di miseria. Si trasferirà in Provenza, tormentata dalla solitudine, passando mesi in cliniche psichiatriche. Esternerà il suo tormento e le sue voglie nei suoi romanzi, come sempre, senza cedere al buon costume. Morirà nel 1972, dopo una serie di interventi a seguito di un cancro al seno.

di Lucrezia Benedetti

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