Feminist your myth – Black Friday

Feminist your myth – Black Friday

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Oggi è il venerdì successivo al giorno del Ringraziamento, per tutti anche detto Black Friday.

Non è una festività, ma è attesa tutto l’anno come se lo fosse, ed effettivamente in un’epoca dove le priorità sono spostate verso il consumo è comprensibile, è nato per questo. 

Una boccata d’aria prima dell’apnea natalizia, sia per i consumatori che per i commercianti, anche se il tempo di negozi intasati rimane solo un ricordo pre-pandemia. Ora ci sono i siti in crash e i countdown sugli e-commerce. 

L’origine del nome Black Friday è incerta. L’espressione potrebbe essere nata negli Stati Uniti per indicare il traffico congestionato in occasione di questa data. 

L’altra ipotesi è legata alla catena di distribuzione Macy’s che organizzò la prima parata per celebrare l’inizio degli acquisti natalizi.

L’ultima ipotesi, incerta come le precedenti, farebbe riferimento all’abitudine dei commercianti, che per annotare le entrate erano soliti usare inchiostro nero, per le perdite il rosso.

La cosa che sappiamo con certezza, però, è la notizia infondata alla base delle origini di questo nome, che lo vedrebbe legato al commercio degli schiavi. Niente di vero, questa giornata di shopping sfrenato non è legata alla tratta degli schiavi. O non direttamente, forse.

Tra i primi posti in questa corsa all’acquisto troviamo i capi d’abbigliamento. E tante volte questo è sinonimo di sfruttamento. La Clean Clothes Campaign, si occupa proprio di questo e qui (https://cleanclothes.org/) potete fare un giro per leggere di più sul loro lavoro.

Stiamo parlando di Fast Fashion, cioè quel settore dell’abbigliamento che produce abiti di bassa qualità a prezzi ridotti, e che lancia nuove collezioni in continuazione. Questo tipo di industria e di massificazione della moda, oltre a creare gravi conseguenze sull’ambiente (l’industria della moda è infatti super inquinante, è subito dopo quella del petrolio!) crea conseguenze anche sugli esseri umani.

La maggior parte delle persone che lavorano per le grandi catene, che dislocano il lavoro in paesi dove la manodopera è poco costosa, vede una percentuale altissima di donne; sottopagate e private dei diritti fondamentali. Ci sono tante testimonianze a riguardo, donne che hanno provato a ribellarsi a questo tipo di sfruttamento e che hanno provato a denunciare e opporsi ai grandi brand della fast fashion. Per approfondire l’argomento consigliamo la visione del documentario “The True Cost”, ma la cosa che ci sentiamo di dirvi è una: acquistate responsabilmente.

di Lucrezia Benedetti

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