Feminist your myth – Anna Politkovskaja: una donna non rieducabile

Feminist your myth – Anna Politkovskaja: una donna non rieducabile

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Anna era una giornalista. Come ognuna di noi era molte altre cose, era una donna, una figlia, una madre, un’amica. Ma Anna è stata uccisa, il 7 ottobre del 2006, perché era una giornalista. Perché i suoi articoli taglienti, obiettivi, documentati davano molto fastidio a un potere autoritario che non riusciva a zittirla.

Se leggete i suoi libri o i suoi articoli, quello che noterete è che difficilmente ci sono giudizi nelle sue parole. Anna voleva raccontare ciò che vedeva, ciò che sapeva, per mostrarlo al mondo: “Penso che i lettori possano interpretare da soli quello che leggono”.

Era una giornalista del quotidiano Novaja Gazeta, per il quale ha seguito la terribile guerra in Cecenia. I suoi reportage hanno messo in luce verità mai dette, che Putin ha cercato in ogni modo di coprire. Oltre a moltissimi premi, questo le è costato una vita da reietta, minacce e intimidazioni, l’espulsione dalla Cecenia, un tentativo di avvelenamento e infine gli spari di un sicario, all’apertura dell’ascensore della sua casa, mentre scendeva a prendere le buste della spesa.

Anna era sul campo, raccontava per testimonianza diretta, si confondeva tra la gente e parlava con le persone. In Cecenia godeva di grande rispetto: “le persone sono preoccupate per me, e questo fatto mi commuove profondamente. Temono per la mia vita più di me”. In un bellissimo articolo racconta anche un episodio: “In piazza le donne hanno cercato di nascondermi. Erano sicure che gli uomini di Kadyrov mi avrebbero sparato se avessero saputo che ero lì”.

I terroristi chiesero che fosse lei a trattare il rilascio degli ostaggi durante l’assedio del Teatro Dubrovka, nonostante le forze russe poi decisero di fare irruzione, immettendo un gas mortale che uccise 39 terroristi e 129 ostaggi. I terroristi chiesero che fosse lei a fare la trattativa anche durante l’episodio della scuola di Beslan, ma in quel caso Anna fu avvelenata per tenerla lontano.

In un bellissimo articolo del 2003, “Donne usa e getta” (disponibile sul sito di Internazionale), raccontava come le donne erano arrivate in prima linea nella guerra cecena, con gli uomini morti o in prigione, presero il loro posto anche negli attacchi suicidi: “A un certo punto tutta la tradizione è crollata sotto l’urto dello stile di guerra imposto dai federali. Gli uomini ceceni si sono trovati in una situazione in cui erano le donne a doverli difendere. Le donne commerciavano nei bazar per sfamare la famiglia, erano loro a gettarsi sotto i blindati perché non portassero via gli uomini, mentre questi per lo più se ne stavano nascosti nelle cantine per non farsi rapire, per non finire nei rastrellamenti o per non saltare in aria”.

Il potere la definiva “una donna non rieducabile”, perché Anna era una giornalista ed era libera. “Quale crimine ho commesso per essere bollata come ‘una contro di noi’? Mi sono limitata a riferire i fatti di cui sono stata testimone. Ho scritto e, più raramente, ho parlato”.

di Beatrice Gnassi

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