Feminist your myth – Alice Guy

Feminist your myth – Alice Guy

Nonostante durante i miei studi universitari abbia dato un esame di “Storia del Cinema” e ben due di “Storia e Critica del Cinema” nessuno dei miei insegnanti mi ha mai parlato di Alice Guy. Scommetto che neanche tu sai di chi sto parlando.

Alice Guy è stata la prima cineasta: fu regista, sceneggiatrice e produttrice. Si può dire che la sua carriera sia iniziata proprio insieme alla nascita della Settima Arte.

Quello che si è perpetrato nei confronti di questa donna è un vero e proprio insabbiamento. Ascoltando un’intervista fatta da alcune giornaliste di “France Culture” del 1975 ad alcuni dipendenti della Gaumont (società per cui Alice lavorò dal 1895 e per cui ricoprì cariche molto importanti, tra cui anche quella di Direttrice degli Studios) nessuno degli interpellati si ricorda di lei o sa chi sia.

Ma facciamo un passo indietro e scopriamo chi era Alice Guy. Alice nasce nel 1873 a Saint-Mandé (Parigi) il 1° luglio in una famiglia borghese, divide la sua infanzia tra il Cile, la Svizzera e la Francia, dove viene mandata in un convento.

Viene assunta come segretaria alla Gaumont (una società di produzione che si occupava di materiale fotografico ma che si specializzò nella produzione di film dal 1897) all’età di 22 anni. È proprio grazie al suo impiego che potrà assistere alla prima dimostrazione del cinématographe organizzata dai fratelli Lumière il 22 marzo 1895 e, come racconterà nelle sue memorie (“La fée aux choux. Autobiographie d’une pionnière du cinéma”, 1976) si poteva fare di meglio che “riprendere sfilate di truppe o marciapiedi di stazione”: il cinematografico aveva potenzialità molto maggiori e poteva diventare uno strumento di educazione e di svago alla stregua di un romanzo o di un dramma teatrale.

È così che, appena un anno dopo l’invenzione del cinematografo, Alice prende coraggio e chiede al suo capo, Monsieur Léon Gaumont, di poter girare delle “scenette” e di farle recitare da alcuni amici.

“Se si fosse previsto lo sviluppo che avrebbe avuto l’affare, non avrei ottenuto questo permesso“, scriverà Alice. “La mia giovinezza, la mia inesperienza, il mio sesso, tutto cospirava contro di me.”

La prima versione (purtroppo andata perduta) de La fée aux choux” (“La fata dei cavoli”) risale infatti al 1896 ed è considerato il primo film narrativo al mondo (prima di George Méliès, considerato il padre del cinema di finzione), nonché il primo girato da una donna!

La versione arrivata a noi risale ad un rifacimento del 1900 e mostra un’inquadratura in cui una donna vestita da fata scopre dei bambini nascosti dietro dei cavoli di legno.

Personalmente ci vedo una divertente metafora della forza (pro)creatrice delle donne: una maternità altra che non necessita di un uomo per generare, ma lo fa solo grazie alla propria energia creativa e immaginativa.

Ma Alice non si ferma qui e gira molti altri film (al suo attivo ce ne sono quasi mille, tra le produzioni francesi e quelle successive statunitensi) che mettono al centro la figura della donna. Quello dei suoi film, e per estensione quello della sua poetica, è uno sguardo da un punto di vista femminile, spesso molto audace, che rovescia o mette in discussione i canoni comportamentali, i cliché e gli stili di vita “riconosciuti” dalla società. Alice riesce particolarmente bene utilizzando con ironia i tratti della commedia (ma si cimenterà in tutti i generi, compreso il western).

Le è particolarmente cara la questione del rapporto uomo-donna e delle dinamiche di potere che lo regolano.

In Madame a des envies” del 1906 (letteralmente “La signora ha delle voglie”) già dal titolo, molto esplicito, si pensa a qualcosa di pruriginoso; e le aspettative non vengono deluse: questo piccolo gioiello è spassoso e molto audace, in una parola: rivoluzionario!

Una donna in avanzato stato di gravidanza passeggia seguita dal marito che spinge una carrozzina. La donna viene improvvisamente presa da voglie incontrollate alla vista di sconosciuti che succhiano degli oggetti (un lecca-lecca, un sigaro, una pipa) e, per soddisfare il suo desiderio, si impossessa di questi oggetti.

Alice mette spudoratamente in scena il desiderio femminile, per di più facendo uso di oggetti molto espliciti: il lecca-lecca ha una chiara forma fallica e quindi rimanda ad un esplicito desiderio sessuale, mentre il sigaro e la pipa sono classici riferimenti alla mascolinità, per cui questo desiderio sta sullo stesso piano di quello dell’uomo.

Alice si spinge ancora oltre: il gesto sensuale della donna è ripreso con un primo piano su uno sfondo bianco, per cui lo sguardo dello spettatore viene completamente catturato dal volto della donna e dal suo evidente trarre piacere dal succhiare il lecca-lecca.

Nello stesso anno, Alice, ispirata dalle lotte delle suffragette, gira un altro film: Les Résultats du Feminisme” (1906) in cui ci mostra una totale inversione dei ruoli femminili e maschili. Gli uomini restano a casa a imbellettarsi, ricamare cappellini e stirare, mentre le mogli la fanno da padrone, facendo avances spietate ed esplicite ai mariti e spassandosela al  pub. Solo alla fine, il gruppo dei meriti di ribella e vengono ristabiliti i vecchi parametri. Un’esplicita denuncia al patriarcato! Per le donne dell’epoca (ma anche per quelle della nostra generazione) vedere questo film doveva essere un chiaro invito a fare la rivoluzione.

Nel 1907 Alice ha 34 anni ed è una donna economicamente indipendente e affermata nell’industria cinematografica francese, contando al suo attivo almeno un centinaio di film. È sposata da un anno con Herbert Blaché e si trasferisce con lui negli Stati Uniti, dove è stato chiamato a dirigere la sede newyorkese della compagnia Gaumont.

Anche oltreoceano Alice continua la sua carriera di regista: fonda e dirige un suo proprio studio: The Solax Company, e conierà il suo motto Be natural!”, invitando i suoi attori a comportarsi in modo naturale davanti alla macchina da presa.

Nel 1911 (moglie e madre di due figli) è la regista e produttrice più ricca del Paese.

In questo periodo, il più proficuo per lei, resta fedele al tema del [1914], un film perduto incentrato sulla tematica della tratta delle bianche), girando film con protagoniste donne forti, spesso in ruoli maschili (p. es. “Two Little Rangers” [1913] è un western in cui due sorelle armate di lazo e pistola salvano coraggiosamente il capofamiglia e un giovane colpevoli di aver difeso una donna brutalizzata dal malvagio marito) ma mostrando interesse anche per il mondo dell’horror (p.es. “The vampire”  [1915]).

Ma la sua vita è ben lungi dall’essere tutta rosa e fiori. Suo marito diventa presto invidioso della sua fama e comincia a tradirla spudoratamente. Non pago, amministra gli affari della moglie andando contro ai desideri di Alice, che vorrebbe consacrarsi al cinema indipendente. La costringe invece a trasferirsi a Hollywood e a lavorare per le Major.

Nel 1922 Alice è stufa di sottomettere la sua libertà, sul lavoro e nella vita, ai voleri del marito: prenderà i suoi figli e si imbarcherà per tornare in Francia.

Alice ha vissuto fino all’età di 95 anni (è morta nel 1968 a Mahwah nel New Jersey) ma smise di girare nel 1920.

Come è accaduto a molte altre donne, prima e dopo di lei (si pensi alla pittrice Sofonisba Anguissola, le cui opere sono esposte al Museo del Prado, oppure alla genetista Rosalin Franklin che scoprì il DNA, che a mala pena compaiono sui manuali) Alice è stata spudoratamente cancellata dalla Storia del cinema tant’è vero che fu lei stessa a voler scrivere le sue memorie (uscite postume nel 1976) perché nessun altro sembrava intenzionato a farlo.

Sempre nell’intervista del 1975 di “France Culture”, la giornalista chiede a Charles Ford, storico del cinema, come mai la figura di Alice Guy (tutt’altro che una meteora) non si annoveri tra i fondatori del cinema, come si fa con i fratelli Lumière, George Méliès e Charles Pathé. Ford, pur ammettendo che fu lei, una donna, la seconda persona a fare cinema dopo i Lumière, giustifica la sua sparizione così: “Il silenzio [su Alice Guy] non è dovuto al fatto che fosse una donna, ma perché non ha fatto delle cose eclatanti, brillanti. Ha girato dei film onesti, onorabili, divertenti, ma niente di brillante”.

È così che si mortifica il lavoro di una donna audace, libera e anticonformista!

Ma dopo che avrai visto anche solo alcuni dei suoi 1000 film, dimmi se ti sembrano solo “divertenti e onesti”.

Negli ultimi anni per fortuna stiamo assistendo ad una rivisitazione della storia del cinema ed a un lavoro di “rettifica” che includa l’importante e inequivocabile apporto che ha dato Alice Guy alla Settima Arte (oltre a quello di molte altre donne come lei).

Nel 2018, la regista Pamela Green ha girato un documentario (inedito in Italia) intitolato “Be Natural: The Untold Story of Alice Guy-Blaché” impostandolo come un’indagine volta a far (ri)conoscere la figura di Alice Guy e il suo lavoro in tutto il mondo, prodotto e narrato da Jodie Foster. Questo è il trailer originale del film:

In Francia invece è uscito un libro per ragazzi sulla sua vita: scritto sotto forma di diario “La première femme cinéaste. Le journal d’Alice Guy” (di cui puoi sfogliare un estratto qui: https://www.belin-education.com/la-premiere-femme-cineaste-le-journal-dalice-guy)

di Valentina Torrini

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