Feminist radar – Zehra Doğan

Feminist radar – Zehra Doğan

Zehra Doğan: Avremo anche giorni migliori

«Quando lavoravo sulla notizia non potevo non disegnarla. Disegnare significava esprimere parte di me, e parte di me era ed è la battaglia curda. Nei miei dipinti la luce, le figure, gli stessi colori simboleggiano quello che ha vissuto la popolazione curda».

Zehra Doğan ha trent’anni ed è nata nel 1989. Capelli lunghi, neri, occhi altrettanto scuri: è un’artista e giornalista curda nata a Diyarbakir, nella Turchia di Erdogan. Zehra si diploma in Arte e Design presso l’Università Dicle e proprio l’otto marzo del 2012 fonda JINHA, un’agenzia di stampa curda femminista, chiusa nel 2016 nei giorni di emergenza successivi al presunto tentativo di colpo di stato ai danni di Erdogan. L’obiettivo dell’agenzia, che continua a vivere sotto il nome di Jin News, era quello di contrastare il sessismo e la violenza sulle donne nei media, nel linguaggio e nella vita reale attraverso un lavoro di collaborazione con altre attiviste, sparse nelle zone di confine con la Turchia. Durante quegli anni, Zehra lavora come reporter di guerra e denuncia le violenze sessuali e la riduzione in schiavitù delle donne Yazide – minoranza etnoreligiosa del nord dell’Iraq – da parte dello Stato Islamico.

La vita di Zehra cambia del tutto, però, nel luglio del 2016 quando l’artista viene condannata a 2 anni, 9 mesi e 22 giorni di carcere con l’accusa di propaganda terroristica. La goccia che fa traboccare il vaso è la circolazione sui social di un’immagine satirica che Zehra realizza sul proprio smartphone. Il disegno consisteva nella parodia di una foto di propaganda governativa turca che celebrava la vittoria dell’esercito nella città di Nusaybin, al confine con la Siria.

Nell’interpretazione di Zehra, i carri armati non sono simboli di vittoria ma degli insetti mostruosi con teste e code di scorpione dai quali esce una scia di figurine nere come una flotta devastante di termiti. Sullo sfondo, emerge solamente il rosso delle bandiere turche sulle macerie di una città distrutta: le bandiere non sventolano come simboli della vittoria, ma come richiamo al sangue dei morti civili. Per la magistratura turca questo è abbastanza per mettere Zehra dietro le sbarre fino a febbraio 2019: il disegno viene definito una critica inappropriata alle operazioni condotte dalle forze di sicurezza con l’obiettivo di restaurare l’ordine pubblico nella regione. Il disegno, insieme ad un racconto che Zehra aveva pubblicato nel 2015, nel quale dava voce alle parole di protesta di un bambino locale subito dopo uno dei molti attacchi alla città di Nusaybin, vengono pertanto definiti atti di propaganda a favore del PKK, IL Partito dei Lavoratori del Kurdistan, attualmente considerato un’organizzazione terroristica da Turchia, USA e, in parte, anche dall’UE nonostante le proteste attiviste per riconoscere il PKK come una legittima forza politica di resistenza.

Un passo indietro: chi sono i curdi?

Non è facile riassumere in poche righe i motivi delle persecuzioni contro le popolazioni curde e gli odierni conflitti con la Turchia. Attualmente non esiste uno stato nazionale curdo, e le popolazioni curde rimangono quindi disperse, principalmente, lungo i confini della Turchia, dell’Iraq, dell’Iran, della Siria e dell’Afghanistan. Le minoranze curde vengono stimate tra i 30 e i 45 milioni di cui quasi la metà vive in Turchia, della quale rappresenta circa il 20% della popolazione. Né la Turchia né gli stati confinanti hanno intenzione di cedere porzioni di territorio alle dimostranze indipendentistiche curde per ragioni politiche, ma soprattutto economiche, cioè di controllo sulle materie prime del territorio. In Turchia, i curdi non hanno il diritto di usare la loro lingua nazionale in contesto pubblico e in altri paesi come la Siria è negato loro il diritto di voto, l’impiego in posti di lavoro pubblici e la mobilità interna/esterna all’interno e al di fuori del paese. Il caso diventa ancora più complesso se pensiamo che proprio queste tensioni irrisolte tra i vari stati, e le dimostranze indipendentiste curde, convergono nei venti di guerra che coinvolgono la Siria e lo Stato Islamico.

L’esperienza di Zehra in carcere tra arte e sorellanza

Zehra ha vissuto 1.022 giorni di prigionia nelle tre carceri turche di Mardin, Diyarbakir e Tarsor. La mostra intitolata Avremo anche giorni migliori, in omaggio al poeta turco Hikmet, ha tenuto con il fiato sospeso le centinaia di visitatori che sono accorsi a Brescia, presso il Museo di Santa Giulia. La mostra ha esposto sessanta opere dell’artista, realizzate su ogni tipo di supporto e con materiali improvvisati durante i giorni della prigionia. Dalle lenzuola, ai pacchetti di sigarette, agli stralci di giornali, ai pezzi di stoffa: ogni cosa va bene a chi è stato negato il diritto di potersi esprimere con la propria arte. Come si legge in uno dei pannelli, e come ricorda la stessa Zehra, la prima esposizione è stata proprio nella prigione di Mardin: «le opere venivano appese con le mollette da bucato nella zona delle lavanderie. In queste occasioni veniva preparato anche una specie di cocktail, ovviamente preparato con avanzi e senza alcol. Una vera e propria inaugurazione».

Spesso le opere sono realizzate in collaborazione con altre detenute delle quali si legge il nome diligentemente riportato nelle descrizioni delle opere. Il motivo principale su cui si focalizza Zehra è la rappresentazione del corpo femminile, della relazione tra donne, del carcere e dell’ingiustizia della guerra. I colori e le forme sono determinati da ciò che Zehra può trovare attorno a sé: tintura di iodio, caffè, bucce di melograno, sangue mestruale. Il corpo è quindi soggetto di rappresentazione, ma anche strumento di disegno: l’uso del sangue, di capelli e peli rendono il corpo «parte dell’opera stessa», come scrive la curatrice della mostra, Elettra Stamboulis.

Non lo so se Zehra abbia letto il Primo Levi di Se questo è un uomo, ma lo sforzo di rimanere umana e di creare sorellanza attraverso l’arte mi ricorda quello dello scrittore nel recitare a memoria il canto di Ulisse al suo compagno di prigionia. Come i versi danteschi sono un antidoto per curare l’anima dall’isolamento e dalla barbarità dell’esperienza di prigionia, il momento creativo deve essere stato ciò che ha dato a Zehra e alle sue compagne un modo per impiegare la mente, denunciare e insegnarsi a rimanere umane nel tenere viva la forza di resistere.

«Ho sempre cercato di esistere attraverso i miei dipinti, le mie notizie, e la mia lotta come una donna» perché «nessun artista volta le spalle alla società; un pittore deve usare il suo pennello come arma contro gli oppressori».

di Clara Stella

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