Feminist radar – Una, nessuna, centomila: 25 novembre 2019

Feminist radar – Una, nessuna, centomila: 25 novembre 2019

Il video delle ragazze cilene che intonano, bendate, «Il patriarcato è un giudice/che ci giudica da quando siamo nate/e il nostro castigo è questa violenza» ci ha fatto ballare di rabbia questo 25 novembre. Il grido muto davanti a piazza Santa Maria maggiore a Roma del flash mob di Non Una di Meno ci ha invece spaccato i timpani. Quello di Roma vuole essere, infatti, un grido «altissimo e feroce» tale da dar voce a tutte quelle donne che ne sono prive, o ne sono state private. Durante la marcia nelle vie della Capitale, si sono allora visti i simboli che hanno scandito anni di battaglie e rivolte: dai pañuelos fuxia ai pugni di fuoco, fino alle maschere delle luchadoras della campagna per Lucha y Siesta. ActionAid Italia ha promosso invece la campagna #Closed4Women contro la chiusura dei centri antiviolenza nel nostro territorio e Milano, invece, si è svegliata con decine di panchine dipinte di rosso per ricordare le vittime di femminicidio.

La giornata mondiale contro la violenza sulle donne è stata istituita dalle Nazioni Unite e si svolge ogni anno, a partire dal 1999, il 25 novembre. Quel giorno del 1960, accadeva che le tre sorelle Mirabal fossero catturate, seviziate, violentate e infine gettate in un burrone della Repubblica Domenicana per volontà del dittatore Trujillo. Insieme ai mariti, le tre sorelle furono delle attiviste politiche e pagarono con la vita la volontà di cambiare le cose. Il caso volle, però, che Bélgica Adela (Dedé), la quarta sorella, non le avesse seguite quella notte. Fino alla morte avvenuta nel 2014, Dedé fu testimone instancabile della violenza del regime dittatoriale, e avvocata dell’emancipazione femminile e della sovranità popolare.

Ma passiamo dagli anni Sessanta al 2019. Secondo questa infografica ISTAT, 6 milioni 788 mila donne hanno subito violenza fisica o sessuale in Italia nel 2018, e 133 sono stati invece i casi di femminicidio in Italia. Nei 253 centri antiviolenza che ancora sopravvivono, 43.467 sono le donne che ci si sono rivolte e solo la metà ha iniziato un percorso di uscita dalla violenza. Vale la pena ricordarci che, quello che vediamo, è solo la punta di un iceberg sotto cui si nasconde una base millenaria di rape culture. In altre parole, questi dati non descrivono un fenomeno estemporaneo o irrelato, ma sono invece il prodotto culturale di una società patriarcale e maschilista nella sua essenza.

Certo, i dati sono terrificanti. Ma le donne non sono state a guardare. Solo per citare gli avvenimenti recenti, dal 2015 ad oggi, e cioè dalla nascita in Argentina del movimento Ni Una Menos, le campagne che celebrano la forza delle donne sono spuntate come funghi a livello nazionale e globale, e il simbolo di questo risveglio è stata certo la celebre women’s march il giorno dell’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca. Questa ondata di femminismo intersezionale ha scosso le pareti non solo della politica ma anche delle grandi industrie, prima di tutto quella del cinema con il successo del movimento #MeToo che ha portato alle dimissioni di pezzi grossi della storia del cinema, ma anche ad importanti cambiamenti nel campo del diritto del lavoro per molte donne.

Non solo, la ribellione delle donne si vede espressa anche in movimenti singoli come quello contro il manspreading, ovvero l’abitudine maschile di sedersi a gambe larghe occupando più spazio in metro: se viaggi, infatti, nelle principali metropolitane internazionali, come quella di New York, puoi imbatterti in cartelli di questo tipo. Ancora, le campagne promosse per declinare al femminile i nomi delle professioni hanno avuto un grosso impatto non solo linguistico, ma anche generalmente culturale, poiché hanno messo al centro la delicata questione donna-lavoro, e gli stereotipi che ancora ruotano attorno. In Italia, ad esempio, il Progetto Libellula ha creato e sostenuto la campagna #sonoilcambiamento, coinvolgendo una rete di 31 aziende, unite contro la violenza e le discriminazioni di genere, a partire dal posto di lavoro. In campo sanitario, si sono susseguite le campagne e le marce per difendere la legge 194 che ci ha garantite il diritto di abortire, e si sono viste nuove campagne contro, ad esempio, quella che viene oggi definita violenza ostetrica, e cioè una serie di procedure dannose, ma soprattutto non volute o richieste, praticate sul corpo delle donne durante il parto. Last but not least, le attiviste di Obiezione Respinta stanno facendo un lavoro preziosissimo contribuendo a segnalare tramite le esperienze dirette di centinaia di italiane le farmacie che non sono disposte a venderti la pillola del giorno dopo e gli ospedali ad alto numero di obiettori di coscienza.

Come dice Serena Fredda di Non Una Di Meno (Roma) «Di fronte alla violenza di questa società non facciamo un passo indietro: noi siamo rivolta!». E tu, ci stai?

#FeministYourActions

di Clara Stella

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