Feminist radar – Rossana Rossanda: compagna, sorella, maestra

Feminist radar – Rossana Rossanda: compagna, sorella, maestra

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Rossana Rossanda

Rossana Rossanda era del 1924, nata a Pola quando ancora era una città italiana. È morta proprio pochi giorni fa a 96 anni, lasciandoci un’eredità da sbrogliare, parole su cui riflettere, una lucidità critica e una passione smisurata per la politica che certamente cozza con i sistemi di comunicazione virtuali, la velocità d’informazione, la cultura dell’astensionismo e delle notizie pacchetto. D’altronde lei stessa si definiva, con orgoglio, «una ragazza del Novecento», e rivendicava di aver studiato sui libri di carta, battuto a macchina e combattuto il fascismo fin dalla Resistenza:

«Io sono del ’900 e lo difendo. È stato il primo secolo nel quale il popolo ha preso la parola dappertutto. E dove l’ha presa, l’ha presa sostenuto dalla sinistra.»

Ma Rossana certo si definisce in mille altri modi diversi, proprio ad indicare l’onestà intellettuale di una donna che non amava le apologie, ma che si riconosceva solo nella libertà radicale di un pensiero che cambia, evolve, è scismatico per natura. In uno dei suoi ultimi libri, Quando si pensava in grande (2013), ecco che in poche parole si propone al suo lettore come «una comunista eretica e sessantottina tardiva». Il libro, che raccoglie le interviste a venti protagonisti della politica internazionale del Novecento, non fa alcuno sforzo per integrare la voce delle donne nella sua narrazione. Semplicemente, ci mette davanti alla brutalità della narrazione storica. Questi sono tutti uomini, dice, perché questa è stata, tra le tante altre cose, la politica che ha escluso le donne. Lei, però, in questo Novecento, sta dentro con le unghie e con i denti, tanto è vero che personaggi come Sartre, Márquez e lo stesso Fidel Castro l’hanno considerata un’interprete imprescindibile del pensiero marxista di quegli anni.

Rossana non si definì mai, per coerenza filosofica, una femminista ma certo «credeva di esserlo» e di averlo dimostrato. In un articolo dell’Espresso intitolato Manifesto per un nuovo femminismo firmato a novantacinque anni, Rossana ci teneva a sottolineare che, seppure a volte con qualche riserva, non c’è stata battaglia delle donne che non abbia mai trovato il suo appoggio. Proprio sulla scia delle sue amatissime Natalia Ginzburg e Simone de Beauvoir, si è raccontata tra le pagine di La ragazza del secolo scorso – la sua autobiografia, uscita per Einaudi nel 2005, finalista al premio Strega.

«Che è stato essere un comunista in Italia dal 1943?» si chiede Rossana nell’introduzione: per spiegarlo «comincio ad interrogare me. Senza consultare né libri né documenti ma non senza dubbi». Un’autobiografia che parla di un secolo passato, con un linguaggio intriso di riferimenti culturali, politici e storici, spesso difficili da decifrare ma che costituivano le premesse della formazione intellettuale della sinistra di Togliatti e Berlinguer. Un po’ come Contini usava fare nei suoi saggi, La ragazza del secolo scorso ci mette davanti alle meraviglie dell’esercizio critico-stilistico, del saggio, della scrittura di fondo. D’altronde, lo studio, i libri, la cultura emergono come punti cardine della formazione di Rossana Rossanda che appare circondata da libri fin dalle prime pagine del suo racconto. Un’educazione che inizia a Milano, come studentessa di filosofia del razionalista Antonio Banfi, ma che viaggia poi nella sua amata Francia, di cui sposa l’esistenzialismo e nei primi fermenti culturali che porteranno alla rivoluzione degli anni Sessanta. Rossana è senza dubbio l’esempio di una cultura sprovincializzata, veramente europea, e forse uno dei motivi per cui Togliatti la volle come responsabile del settore culturale del PCI.

Sfogliando il volume, magari con la pagina di Wikipedia aperta davanti, non possiamo non vedere Rossana correre velocissima, prima tra i partigiani e le partigiane della Resistenza, poi tra le arterie principali del PCI, ricordandoci che la politica è qualcosa da vivere, da studiare, e da fare propria. Non è un caso che nelle sue ultime interviste, teneva sempre a sottolineare che, sopra ogni cosa, quello che la preoccupava di più dei disordini politici era proprio l’astensionismo divagante e la premiazione della mediocrità sopra l’eccellenza.

Giornalista di prima punta, fondatrice del Manifesto, condanna i carri armati russi a Praga sostenendo la possibilità di un comunismo non sovietico, e questo le valse la famosa espulsione dal partito nel 1969, per aver avuto un animo, come ama ripetere, fin «troppo di sinistra». Il fiore all’occhiello delle sue inchieste giornalistiche, scismatiche e coraggiose, fu proprio un pezzo uscito sul Manifesto nel 1978. Negli anni delle Brigate Rosse e del sequestro Moro, pubblica un articolo coraggiosissimo, fuori da ogni schema, tracciando la paternità del linguaggio del BR alle radici del ‘veterocomunismo’ e a cui le penne dell’Unità risposero dandole della pazza-ingrata:

«Chiunque sia stato comunista negli anni Cinquanta riconosce di colpo il nuovo linguaggio delle BR. Sembra di sfogliare l’album di famiglia […] Vecchio o giovane che sia il tizio che maneggia la famosa Ibm, il suo schema è veterocomunismo puro. Cui innesta una conclusione che invece veterocomunista non è: la guerriglia.»

D’altronde, Nec spec nec metu (Né con speranza, né con timore) era il motto personale di questa sessantottina tardiva, che con una piroetta sulla storia faceva sua la frase di Isabella d’Este, che, come ci racconta, aveva letto sulle decorazioni del Castello Sforzesco. Là, nella Sala del Tesoro della biblioteca Beltrami, nelle ultime giornate di calma prima dello scoppio della guerra, Rossana apriva uno dei tanti libri dei suoi amati autori russi che hanno fatto di quella ragazza di Pola la Rossana Rossanda che abbiamo ammirato.

di Clara Stella

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