Feminist radar – Rettrici, poete e poetesse: quel vaso di Pandora della lingua italiana

Feminist radar – Rettrici, poete e poetesse: quel vaso di Pandora della lingua italiana

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Dopo l’elezione della rettrice Antonella Polimeni, mi sono chiesta quante rettrici abbiamo in Italia e nell’elenco del CRUI, la Conferenza dei Rettori delle Università italiane, ho scoperto che ve ne sono solo 7 su 77. Le rettrici sono distribuite in poli universitari del centro-nord e la prima rettrice di una università italiana è stata Bianca Maria Tedeschini Lalli, eletta nel 1992 per Roma Tre, ed ex docente di Letteratura Americana nella stessa università.

La neo rettrice della Sapienza, ex preside della Facoltà di Medicina e Odontoiatria, ha dichiarato che «essere la prima donna al vertice della Sapienza dopo 700 anni è un bel segnale, una vittoria oltre che un onore» e precisa che «la vittoria è una vittoria per tutte le studentesse, le ricercatrici, le professoresse e per tutte le operatrici sanitarie impegnate  negli ospedali universitari e che si stanno impegnando senza sosta nella lotta al virus». La Polimeni ha voluto quindi legare la sua elezione anche ad una istanza di genere, consapevole che, nel 2020, la sua presenza ha un valore non solamente fattuale, ma anche simbolico. Di questo, la varietà di titoli che le sono stati affibbiati nei giornali e sul web ne è certo una bella cartina tornasole: qualcuno si è infatti chiesto… e ora, come la chiamiamo? Rettora? Rettrice? Rettore donna?

La sociolinguista Vera Gheno, che tra l’altro abbiamo intervistato quest’estate nel podcast Che genere di parole, ha ricordato con un tweet che l’inghippo è semplice da sciogliere: basta consultare lo Zanichelli et voilà! Si scopre che rettore è nome singolare, maschile e che, come tale, al femminile si declina in -trice senza alcun problema. Formiamo la parola rettrice allo stesso modo in cui decliniamo direttore/direttrice, o autore/autrice: forse che le autrici le chiamiamo “autori donne”? Eppure, se andiamo a scorrere i titoli dei giornali che hanno reso nota la notizia, sembra che il femminile dei nomi di professione sia ancora una terra lontana, senza legge, entro cui è possibile dire la propria e trasmettere, quindi, volenti o nolenti, anche un giudizio valoriale.

Dal mio piccolo, lavorando con le autrici del Cinquecento, mi sono chiesta se dovessi mettere da parte l’appellativo di poetesse, e dovessi chiamarle invece “poete” per quanto strano possa sembrare in italiano. L’antologia che, per prima, raccolse componimenti scritti da donne venne stampata nel 1559, e si intitola Rime diverse d’alcune nobilissime et virtuosissime donne. Il titolo non parla né di poetesse né di autrici, ma di “virtuosissime” e “nobilissime” poiché prendere in mano la penna era ancora qualcosa di problematico dal punto di vista della reputazione. Al massimo, le scrittrici venivano chiamate come le “Saffo” o le “Corinne” della loro epoca. A Saffo, infatti, veniva dato per prima l’appellativo di “poetessa” in un volgarizzamento del XIV secolo dei Rimedi d’Amore d’Ovidio e, lo stesso, avveniva per la Sibilla Cumana, con un interessante sovrapporsi dell’espressione lirica con quella oracolare «la poetessa, raguardò costui, e con sospiranti parole disse: io non sono iddia».

Non nego di starci ancora pensando, ma per lo meno ho raccolto qualche informazione linguistica che mette in discussione qualcosa che, fino ad ora, non avevo mai troppo contestato. Tra le pagine de Il sessismo nella lingua italiana del 1987, leggo che Alma Sabatini invitava, in generale, a sostituire le forme terminanti in -essa con declinazioni senza suffisso e, perciò, ad usare la forma poeta anziché poetessa. La forma -essa veniva inquadrata dalla sociolinguista nel contesto storico che la vide non tanto nascere quanto proliferare, e ne rilevava la connotazione ironica, quasi insultante del termine. Perché Sabatini parla di diminutio? Perché questo suffisso veniva usato in passato per indicare la consorte, o meglio la moglie, del titolare della carica, per esempio la “generalessa” era la moglie del generale, così come la “presidentessa” che era la moglie del “presidente”. Guardando al mondo anglosassone, la diminutio di cui parlava Sabatini si applica in modo sistematico alla parola “poetess”, in quanto le scrittrici del pieno Ottocento che si cimentavano in poesia venivano considerate un po’ come le Lailenostrane: poetessa non equivaleva a “poeta” ma ad una scrittrice che scriveva esclusivamente d’emozione, con uno stile facile e di successo commerciale. Un’etichetta, scrive Jessica Roberson, che classificava queste professioniste della scrittura in modo sprezzante, anche se furono le prime a fare di necessità virtù e a sfruttare al meglio gli introiti economici della diffusione delle loro poesie nonostante il giudizio negativo della critica.

Ritornando alla proposta della Sabatini, questa venne criticata duramente, e la Crusca fa notare, nel maremagnum delle polemiche sulla declinazione al femminile delle professioni, che le forme senza suffisso come poeta, dottora eccetera, con la mera eccezione di avvocata, non hanno avuto successo, poiché, seppur ammesse, sono ancora poco note e quindi poco diffuse. Non essendo, io, una linguista, immagino quindi che una manovra “dall’alto” non sia mai augurabile quando si tratti di uso della lingua. Certo è anche vero, però, che da qualche parte si può pur sempre iniziare. Se chiamerò o meno poetesse o poete le mie autrici non lo so ancora: informarsi, però sulla storia di un termine, e sul suo uso corretto, rimane d’obbligo, perché la lingua che usiamo ha plasmato e plasma tuttora le nostre identità e le nostre idee, e può riportare a galla o meno dei giudizi critici di un certo fenomeno o su una certa realtà.

di Clara Stella

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