Feminist radar – Margaret Bourke-White e lo scatto perfetto

Feminist radar – Margaret Bourke-White e lo scatto perfetto

Spread the love
Tempo di lettura: 2 minuti

Tra le donne che hanno percorso l’America da cima a fondo, c’è sicuramente Margaret Bourke-White che, dietro l’obiettivo della sua fotocamera, ha dato vita e forma ad alcune delle fotografie più rappresentative del secolo scorso. Nelle immagini di Maggie ce n’è per tutti: la testa china di Gandhi, seduto a gambe incrociate vicino ad un arcolaio, gli occhi sospesi dei deportati del campo di concentramento di Buchenwald, la spensieratezza dei drive-in, ali di aerei militari e l’America metallurgica. Maggie fu l’unica reporter con passaporto americano cui fu permesso di fotografare Stalin e portare il suo ritratto al di fuori dell’Unione Sovietica. Soprattutto, Maggie è stata colei che ha inventato la professione della freelancer e che ne ha fatta la misura sulla quale provare la propria libertà lavorativa e intellettuale.

Nata a New York nel 1904, la vita di Maggie, dal primo reportage per la rivista Fortune fino alla viscerale collaborazione con Life, è sempre stata alla caccia dell’istantanea tanto più perfetta quanto più rischiosa, tanto da divenire soprannominata per le sue imprese a mezz’aria ‘L’indistruttibile Maggie.’ Figlia di un inventore, questi le trasmette la passione per le macchine e per la tecnologia tanto che, una volta trasferitasi nel Cleveland, decide di rendere su pellicola gli scintillii degli impianti metallurgici anziché la delicatezza delle foglie dei parchi vicino a casa. Maggie vuole diventare ricca, perché crede che l’indipendenza e il benessere economico possano darle la libertà professionale di decidere su tutti gli aspetti del proprio lavoro, senza dover rendere conto a nessuno. Apre quindi il primo studio, dove fa recapitare ben due alligatori che lascia scorrazzare mentre sviluppa i reportage per cui diventerà una fotografa di fama mondiale.

Maggie ci ha lasciato un’autobiografia dal titolo Portrait of Myself – ovvero Ritratto di me stessa. Il libro esce nel 1963, ed è subito un best seller, eccentrico e duro come la sua protagonista. In queste pagine non c’è spazio per nessuno: la fotografa è dietro, davanti e ai lati dell’obiettivo del suo ultimo reportage. La figura emerge nitida, spigolosa, con pochissime sfumature: è l’immagine di una professionista che ha deciso di vivere ‘come un uomo,’ indipendente e sprezzante, escludendo la possibilità di avere mariti e figli a carico. Maggie non ha preoccupazioni di etichetta, non le interessa se è considerata snob, antipatica o dittatoriale da colleghi e colleghe. Avanguardia del femminismo anni Sessanta, l’autobiografia è lo spaccato di un’epoca che Maggie ha percorso tutta, indossando un tubino rosso o una tuta militare. Solamente una volta, scrive, davanti alla figura di Gandhi, si è fermata un momento e ha accettato di non dettare regole, rispettando i tempi e le richieste del Mahatma. Ma quanto è durato tutto ciò? Certo il tempo di raccogliere qualche pensiero, mettere in tasca una foto iconica, e ripigliarsi in un battito di ciglia per riprendere l’infinita corsa contro il tempo e la perfezione.

Se la biografia di Maggie ti ha incuriosita, leggi Portrait of Myself, disponibile anche in traduzione italiana, e corri a vedere la mostra a lei dedicata presso il Palazzo Reale di Milano, visitabile fino a febbraio 2021.

di Clara Stella

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Follow by Email
Facebook
Instagram