Feminist radar – Liana Millu tra Il fumo di Birkenau e I ponti di Schwerin

Feminist radar – Liana Millu tra Il fumo di Birkenau e I ponti di Schwerin

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‘Ero una femminista, senza conoscere nemmeno il significato della parola; infatti durante il fascismo non esisteva né la parola né la cosa cui essa si riferisce. Quando ero giovane avevo un solo scopo: diventare libera e indipendente’

Liana Millul, abbreviata in Millu, è nata il 21 dicembre 1914, a Pisa, ma dal 1940 ha vissuto a Genova – sua città d’elezione – fino alla sua morte, avvenuta nel 2005. Liana fu una delle prime voci e tra le più impegnate nella testimonianza dell’olocausto. Trentenne e partigiana, venne catturata e imprigionata prima nel campo di Fossoli di Campi e poi deportata nei campi di Auschwitz-Birkenau, Ravensbrück e Malkow. Prima della deportazione, Liana aveva conseguito il titolo magistrale e si era voluta formare come giornalista presso Il Telegrafo. A 18 anni scrisse il suo primo articolo che i parenti definirono ‘una tragedia’ e una ‘vergogna’. Come ricorda Liana, fare giornalismo, all’epoca, era considerato un mestiere per uomini ma, al contrario, lei aveva, soprattutto da giovane, un solo scopo: ‘diventare libera e indipendente’.

Dopo l’esclusione dalla vita civile a seguito delle leggi raziali del ’38, che la colpirono direttamente, privandola del suo posto da insegnante a scuola, Liana si trasferisce a Genova e qui, nel 1943, entra a far parte del gruppo antifascista Otto, fino alla cattura e deportazione il 16 maggio del 1944.

Primo Levi, nella prefazione al primo libro di Liana, Il fumo di Birkenau, uscito nel 1947 – lo stesso anno di Se questo è un uomo – l’ha definita una delle voci più importanti della letteratura di testimonianza. Il ‘dovere’ della testimonianza e della trasmissione della memoria, come per Liliana Segre, si è sviluppato per Liana tra scrittura e trasmissione orale negli spazi delle aule e delle palestre delle scuole gremiti di ragazzi e ragazze che ascoltavano il suo racconto – un racconto, una testimonianza che iniziava sempre con la stessa frase: ‘Sono il numero A 5384 di Auschwitz-Birkenau’.

Liana, in quell’occasione, ritornava ad essere mille volte ancora quella donna e quel numero semplicemente usando il verbo presente ‘sono’, anziché ‘ero’. Il numero tatuato è anche la prova contro l’ignoranza e con il negazionismo che aspettano i sopravvissuti e che Liana racconta nei suoi libri e nelle interviste: in posta, ad esempio, Liana ricorda di aver appoggiato il braccio sul piano del bancone e alla domanda dell’impiegato sul perché i quello strano tatuaggio:

Gli ho spiegato che era quello che mi avevano fatto al campo di sterminio. E lui mi ha risposto, ma se vi hanno sterminati, come mai siete così tanti?” (Forse si riferiva ai superstiti degli oltre duemila genovesi deportati nei campi di concentramento). Oltre all’inferno tedesco, anche quello, imprevisto, trovato al ritorno nel bel paese’.

La missione di testimonianza di Liana trova forma nei suoi libri, fatti di una scrittura sprezzante, lucida, documentaristica e narrativa insieme, particolarmente apprezzata da Primo Levi per l’essenzialità e la chiarezza. Il fumo di Birkenau è la storia di sei donne, compagne di Liana, nel campo di Birkenau. Zinuchka, Bruna, Maria e le altre sono le protagoniste di episodi crudeli, narrati da ‘un’occhio che osserva’ le loro vite da distante, come nota Levi nella prefazione, ma che sa anche rendersi partecipe dell’esperienza, poiché è l’occhio di Liana, detenuta come le compagne.

Il corpo, la maternità, la sessualità repressa, il compromesso della prostituzione, la violenza dei deboli sui deboli sono le cifre di un meccanismo degli orrori che si interseca su di uno sfondo popolato da donne, tanto disperate quanto incrudelite. Nel racconto La clandestina, ad esempio, Maria è una giovane ebrea dell’Est, arrivata al lager incinta di alcuni mesi e denunciata da una vecchia della sua stessa baracca alla kapò. La ragazza, che riesce a sopravvivere alla denuncia, dopo aver partorito, viene però lasciata morire per emorragia dalle sue stesse compagne poco prima delle selezioni quotidiane.

Come racconta Liana, il libro si è scritto da sé, subito dopo il ritorno dal lager: ‘ho avuto l’impressione di mettermi alla macchina e che qualcuno alle spalle me lo dettasse, lo ricostruivo nella mente, volevo fotografare quella che era stata la vita minimale del lager, sempre all’ombra della morte’. Primo Levi, che recensì Il fumo di Birkenau nel 1979, nota come ‘ognuno dei racconti’ si chiuda ‘su un rintocco funebre: è una vita che si è spenta’ e come Liana sia stata in grado di far risaltare queste morti ‘singole, personali, tutte tragiche ma ognuna diversa’ sullo sfondo di ‘milioni di morti anonime riportate dalle statistiche’.

Liana non ha scritto solo del suo percorso nel lager: il suo secondo libro, I ponti di Schwerin, finalista del premio Viareggio, tratta della sua ‘vita dopo il lager, della mia vita come donna’. Il titolo del libro, scritto tra il ’72 e il ’73 e uscito nel 1978, si rifà alla linea di demarcazione tra il campo e la città tedesca di Schwerin, nella zona russa, dalla quale i sopravvissuti si dividevano verso est o verso ovest nel loro viaggio di ritorno. Il romanzo racconta la storia di Elmina, una ex partigiana, e segue le tappe di un difficile adattamento alla vita di tutti i giorni al di fuori del campo e il confronto con la spinta all’autonomia e alla realizzazione personale.

Il percorso, e i ponti da superare, sono moltissimi, sia fisici che psicologici – da qui, il plurale del titolo.  Anche la testimonianza rischia di divenire un ‘rituale addomesticato’, e la diffidenza delle persone che non vogliono ascoltare, provare a comprendere o, semplicemente, credere, sono solo alcuni degli ostacoli che, con fatica, Elmina deve scavalcare. All’ospedale di Merano, ad esempio, nell’ultima tappa prima del ritorno a casa, un’infermiera rimprovera Elmina e una compagna per essersi distese, nude, su un lettino e associa il corpo delle deportate al sospetto della prostituzione: ‘Troppo comodo imputare tutto al lager, avete sempre il lager in bocca, ma queste sono abitudini vergognose, vanno bene solo in certi posti, non c’erano camicie in lager, non c’erano reggiseni, mutandine?’.

Il prima e il dopo si incontrano, allora, nel riconoscere la matrice comune di ipocrisie e violenze: una fra tutte, il pregiudizio e la doppia morale che schiaccia l’identità delle donne e il diritto all’emancipazione della protagonista. Elmina, ripercorrendo in parte le tappe della stessa vita di Liana, vive la difficoltà di compiere scelte lavorative autonome, che la portano ad allontanarsi dalla famiglia per seguire il proprio destino di giornalista. La violenza familiare, subita prima del lager da un parente pedofilo, quella dello stupro e dell’aborto clandestino sono allora le facce di un’oppressione strutturale e quotidiana che, prima e dopo il lager, non smette di interrogare la protagonista sul suo essere donna, sui propri desideri e sulle proprie aspirazioni.

Dopo un nuovo tentativo di stupro, il secondo nella sua vita, Elmina affronta il senso di abbandono proprio ripartendo da se stessa. Il romanzo si chiude così con una nota di speranza che parla non solo alle sopravvissute ma a tutte le donne che, oppresse dalla violenza normalizzata, avrebbero, di lì a poco, iniziato una rivoluzione storica:

Ti darò una casa, disse a se stessa, ti proteggerò. Quella schiarita interna diventava sempre più vivida, comunicandole un senso di liberazione e di luce, come un orologio che ha ricevuto la carica la sua mente cominciò a pensare, il suo cuore ad aprirsi. Era sola, era libera, era forte. Quante cose aveva davanti.

di Clara Stella***

***Un ringraziamento speciale a Pietro Delcorno – che ha avuto il privilegio di ascoltare Liana dal vivo – per avermi suggerito di parlare di lei e per avermi aiutato a scrivere questo pezzo. Grazie mille, Pietro!

Questo è l’ultimo articolo della sessione settimanale del Radar di Feminist you e ritorneremo a settembre con una nuova batteria di profili! Buone vacanze a tutte!

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