Feminist radar – La divina Vittoria Colonna

Feminist radar – La divina Vittoria Colonna

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Tra tutte le autrici che colpiscono di più per una vita intensa e l’opera visionaria, il primo posto spetta di certo a Vittoria Colonna, classe 1490, nata nel castello di Marino, a Roma. Vittoria è per tutti la marchesa, la divina o un dio in una donna secondo una celebre definizione di Michelangelo: queste sono solo tre delle molte sfaccettature della persona, e del personaggio lirico, di Vittoria, scrittrice e nobildonna di una delle più potenti famiglie del suo secolo. Nipote di Battista Varano di Urbino, una delle più celebri umaniste del Quattrocento, la Colonna trascorre l’infanzia presso la corte di Ischia, isola della quale la zia Costanza era castellana. Qui iniziano le prime letture di Vittoria, circondata dai più grandi pensatori napoletani: Giovio, un poeta e storico a lei contemporaneo, descriverà il luogo come un vero e proprio cenacolo a sé, quasi utopico, governato da un gruppo di donne illuminate.

Fin dalla nascita fu legata in promessa di matrimonio a Ferrante d’Avalos, destinato a divenire il più importante cavaliere di Carlo V, che era allora imperatore ed impegnato nelle guerre d’Italia contro i francesi. Il matrimonio con Ferrante non fu del tutto felice, ma Vittoria fu abilissima nel nasconderlo: se nelle poesie d’amore per il marito, Ferrante è celebrato come invitto condottiero, vero e unico sole dell’amata e della nazione, nell’epistolario si scostano le tende di una realtà molto più complicata. Il marito, infatti, sembra abbia avuto diverse avventure amorose e Colonna, già dimostrando la pazienza di una santa, non solo gli dava consigli strategici in materia politica, ma non mancava di ricordargli i suoi doveri verso di lei, verso la nazione che rappresentava, nonché verso Dio.

È la morte di Ferrante, che avviene nel 1525, a segnare decisamente uno spartiacque nella vita dell’autrice. Nel 1538, circa dieci anni dopo la morte del marito, viene stampata la prima delle sue dieci raccolte, tutte non ufficialmente autorizzate ma forse, si crede, placidamente avvallate dalla scrittrice. Questo primo nucleo di rime amorose, dedicate al marito defunto, ri-inventano il codice della lirica da un punto di vista femminile: oltre ad essere un canzoniere scritto interamente da una nobildonna, la celebrazione post-mortem del marito divenne però il modo che Colonna sfruttò per poter progettare qualcosa di mai visto.

Dalle ceneri di questo amore coniugale nascerà, infatti, un viaggio tutto interiore nella coscienza del sé. Ed è proprio la scrittrice a metterlo nero su bianco nell’incipit di uno dei suoi sonetti più famosi: Vittoria annuncia, infatti, che la sua poesia verrà scritta d’ora in avanti non più con l’inchiostro ma con sangue vivo, non più con carta e penna ma con il corpo e i chiodi della passione di Cristo. Con un grande omaggio alla tradizione mistica, e a Caterina da Siena e a Santa Brigida in particolare, Colonna si pone nel solco di una tradizione ascetica servendosi, ancora una volta, del linguaggio della lirica amorosa, questa volta però piegato verso l’unico e vero sposo che gli permette di affermare la sua voce d’autrice senza alcuna mediazione.

La poesia diviene allora un modo per rintanarsi dal mondo allo scopo di potersi perdere e unire in Dio come una Maddalena o una Santa Caterina d’Alessandria; due figure che affascinano l’autrice nel profondo. Questo moto di ascesa-discesa nel sé è anche rispecchiato, nella vita reale, dal suo passare di convento in convento alla ricerca di una cella che le permettesse di parlare liberamente ed esprimere un canto tutto ispirato da Dio, e non da uomo mortale. Colonna aveva infatti a cuore, nel solco delle riformatrici del trecento e le profetesse a lei contemporanee, il ritorno all’umiltà e al rinnovamento della struttura della Chiesa che, per prima, avrebbe dovuto rinascere nella grotta di Betlemme.

Per queste idee – siamo infatti durante gli anni turbolenti della riforma luterana – molti dei compagni ai quali Vittoria si era legata vennero processati e si ipotizza che lei stessa, se non fosse morta poco prima, sarebbe stata chiamata in tribunale per rendere conto dei suoi scritti e delle sue idee. Un decennio dopo, e siamo nel 1559, Lodovico Domenichi, il curatore della prima antologia della lirica femminile della letteratura italiana, assegnerà un posto d’onore a questa scrittrice, celebrandola come guida spirituale del secolo e la prima di una schiera di scrittrici che presero la cetra proprio seguendo l’ispirazione e l’onda della sua rivoluzione.

di Clara Stella

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