Feminist radar – Il female gaze da Alice Guy a Greta Gerwig e Florence Pugh

Feminist radar – Il female gaze da Alice Guy a Greta Gerwig e Florence Pugh

Il test di Bechdel è un test inventato dalla fumettista americana, Alison Bechdel. In una vignetta della fortunatissima saga di Dykes to Watch Our For, Bechdel immagina due amiche che scelgono di andare al cinema per guardare solamente quei film che rispettino tre, apparentemente semplici, regole:

  1. Tra i personaggi del film ci devono essere almeno due donne di cui si conosca il nome;
  2. Queste attrici devono parlare almeno una volta tra loro;
  3. Almeno una di queste volte, non parlano di uomini (siano questi figli, amanti, mariti eccetera)

Certo, se il film che stai guardando risponde positivamente al test, questo non significa che sia necessariamente femminista ma vuol dire che, per almeno qualche sequenza, la regia ha immaginato un dialogo tra due personaggi, di cui si conosce l’identità, e che non coinvolga la sfera maschile. Una cosa semplice, magari scontata? Mica tanto! Ancora nel 2019, secondo questa lista, su 156 film, un terzo dei film prodotti l’anno scorso non ha passato il Bechdel test. Questo vuol dire che, nel 2019, almeno in più di 50 film non appaiono due attrici che parlino tra loro di qualcosa che non sia un uomo.

Tralasciando il Bechdel test, certo il cinema ha un rapporto speciale con tutti noi poiché ha il potere di creare un immaginario: tuttavia, se può stimolare dibattito, può anche, al contrario, appiattire la complessità del reale attraverso visioni semplicistiche e romanticizzate della realtà. La presenza ancora relativamente minoritaria di registe e imprenditrici nel mondo del cinema è, certo, problematico rispetto all’ampliamento del ventaglio rappresentativo di caratteri, idee e visioni del mondo che il cinema propone.

Come spiega Veronica Pravatelli nel volume Le donne del cinema: dive, registe, spettatrici, la stagione probabilmente più fortunata per le donne registe, prima della nouvelles vagues, e cioè del cinema d’autore, fu proprio la Golden age del film muto, quando le modalità di produzione erano ancora artigianali e le case produttrici società indipendenti. Tra queste registe, Alice Guy si distinse per aver girato quasi mille film e aver non solo portato sullo schermo donne inusuali, disturbanti, sensualmente esplicite e trasgressive, ma anche per essersi interrogata sulle relazioni di genere, dipingendo con un linguaggio simbolico e astratto le caratteristiche di un mondo in veloce cambiamento. Nel 1906, usciva, infatti, Les Résultats du féminisme (1906) dove Alice immagina un futuro in cui le donne lavorano, escono, fumano e importunano i ragazzi per strada mentre i mariti si occupano della gestione della casa e portano i figli a passeggio. Nel finale, tuttavia, gli uomini si ribellano alla ‘dittatura’ delle donne, e festeggiano al bar la vittoria: sono, finalmente, liberi da ogni costrizione.

Teletrasportandoci al 2019, che cosa avrebbe detto Alice Guy di Greta Gerwig che ci ha incollate allo schermo con la trasposizione moderna del capolavoro di Mary Alcott, Piccole donne? Con Piccole donne siamo di fronte ad una regia ed una lettura del romanzo magistrali e creativi, attenti a far riemergere e per certi versi riscrivere, in chiave moderna, gli interrogativi della Alcott sul ruolo e le aspirazioni di una donna, poco prima della fine dell’Ottocento. Il set di attrici, da Saoirse Ronan a Emily Watson, ha portato nel cinema la third wawe del femminismo. Le attrici, nelle interviste come sul lavoro, non perdono occasione per parlare di femminismo, dimostrando con le loro scelte artistiche e precise posizioni politiche la necessità di ampliare caratteri e personaggi per ribaltare il male gaze, e cioè la prospettiva maschile sulla donna e le sue relazioni nella rappresentazione artistica.

Tra questa schiera di neo attrici, c’è anche Florence Pugh, già protagonista di molte altre pellicole di successo negli ultimi anni, che ha interpretato un personaggio alquanto scomodo del romanzo della Alcott: quello, cioè, della sorella minore Amy. Amy la ricordiamo, infatti, soprattutto per tre fatti principali: l’aver bruciato, in un moto di invidia viscerale, le carte del romanzo a cui stava lavorando Jo; l’essersi allontanata dalle sorelle per sfruttare un’occasione di crescita al seguito della zia March in Francia; e l’aver sposato Laurie provocando una profonda tristezza nella sorella Jo. Nella trasposizione cinematografica di Gerwig, seppure Jo continui ad essere il fulcro della narrazione e, ancor più, diventi una rappresentazione della stessa Alcott, ad Amy è stato conferito uno spessore caratteriale diverso, più profondo e complesso, quasi per compensare due secoli di risentimenti verso il personaggio che mette in scena.

Quello che vediamo in Amy è il temperamento di una ragazzina viziata ma che, allo stesso tempo, soffre per essere la più piccola di casa e per il confronto con lo spirito leale e anticonformista incarnato da Jo. La regista ci mette di fronte, allora, anche alla liceità dell’anti-modello Amy: una bambina che diventa una donna pragmatica e smaliziata, che scende a patti con il reale ma che non rinuncia a mostrare il marcio del sistema in cui è confinata. Se Jo, infatti, è portata per carattere ad accontentarsi del poco per poter rivendicare la propria libertà, Amy non ha intenzione di rinunciare agli agi di una bella vita per seguire un ideale:

Non sono una poetessa, sono una donna. In quanto donna non posso fare soldi, o almeno non abbastanza per fare un salario e supportare la famiglia. […] Allora, non startene seduto lì a dirmi che il matrimonio non è anche un contratto economico: perché lo è! Magari non lo è per te, ma certamente lo è per me.’

Ora che dopo due secoli ci ha finalmente spiegato i suoi motivi, come possiamo continuare ad avercela ancora con Amy?

di Clara Stella

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